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LEGGERE... CI PIACE!

L’ODORE DELLA PLASTICA BRUCIATA

Il 1968 rappresenta tutt’ora un ipotetico spartiacque che scinde in estuari multipli le correnti artistiche successive a tale data. Pochi mesi dopo l’inizio di tale scisma, l’uomo riuscì a posare […]

L'ODORE DELLA PLASTICA

L'ODORE DELLA PLASTICAIl 1968 rappresenta tutt’ora un ipotetico spartiacque che scinde in estuari multipli le correnti artistiche successive a tale data. Pochi mesi dopo l’inizio di tale scisma, l’uomo riuscì a posare per la prima volta i propri piedi sulla luna, rientrando poi sul pianeta terra con un carico di energie cosmiche che si diffusero su tutti i terreni delle varie forme d’arte. È un incipit strano, questo, per identificare come figlio della cultura sessantottina, fatta di rottura, di cancellazione degli schemi e di volontà nel voler costituire basi continue di cambiamento, un lavoro letterario, che ha radici nel periodo beat e che estende la sua ombra sino ai giorni nostri, smuovendo le fronde della crisi e facendo cadere a terra tredici racconti carichi di significato, pregni di solitudine, di ansie, di psicopatologie quotidiane, di tutto ciò che oggi, in molti, si trovano a dover vivere senza riuscire a capire come potersi dissociare dai tentacoli che lentamente fanno presa su esistenze sempre più deboli. Giovanni Battista Menzani entra di diritto nel salone dei nuovi autori. Lo fa portando in dote una serie di parole nuove che invadono le stanze della nostra coscienza come bambini chiassosi e festanti.

Non vi è una sola riga che ci possa lasciare indifferenti, perché in ognuno dei personaggi, favolosamente caratterizzati, intensi, veri e lividi, chiunque riesce a identificarsi.

“L’odore della plastica bruciata” è un piccolo vangelo della quotidianità. È la descrizione di ciò che in questo momento ci circonda e che rappresenta l’avanzata sahariana del deserto sentimentale. La periferia globale a cui si fa riferimento deve essere vista come un fronte compatto che sta fagocitando gli schemi e che sta cambiando i connotati di ciò che prima era la grande metropoli, il refugium peccatorum per tutti coloro che cercavano nella globalizzazione una possibilità di mutazione verso una forma di vita migliore. Giovanni Menzani riporta drammaticamente a nudo la realtà. Straccia tutti gli arazzi che hanno bugiardamente ricoperto le quinte di un paese sempre più vicino alla decadenza, lascia uscire dalla brughiera i suoi diseredati e permette ad ognuno di loro di salire sul palcoscenico per i propri dieci minuti di popolarità, per permettere di gridare ad alta voce storie che nessuno ha voglia di ascoltare, che possono spaventare i bambini, perché l’odore della plastica bruciata non fa bene ai nasini rifatti di principesse e principi appena usciti dal maquillage estetico. Sono parole che puzzano. Che fanno torcere il collo, ma che non permettono via d’uscita, obbligando il lettore a sbatterci con violenza contro.

Incredibilmente, questo piccolo libro, porta finalmente a una fase di risveglio. Lo consiglio, collocandolo nella scaffalatura primaverile. Ideale lettura da volo continentale o in alternativa nella posizione del loto, su un vecchio divano sgangherato parcheggiato sotto a una tettoia mentre ci si ripara da un temporale improvviso.

 

L’ODORE DELLA PLASTICA BRUCIATA
di Giovanni Battista Minzani
Ed. LiberAria ISBN 978-88-97089-76-6

 

Per una buona lettura si consiglia un break di 2h e 30 min
Sedile lato finestrino su Corriera con destinazione Monticelli d’ongina
2 fette di pane di segale
4 fette di salame Piacentino o culatello di Zibello
¼ di Lambrusco frizzante

A cura di William Amighetti

SCRIVI A amighetti.william@gmail.com

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