Dal complesso compito di dare limiti e regole, alla ribellione del bambino nella cosiddetta “fase dei no” – prima parte

Siamo solitamente abituati a pensare che il “no” rappresenti principalmente un limite, una privazione, e in effetti in moti casi è proprio cosi; in altri casi, invece, è molto spesso la sua assenza che può rischiare di portarci alla sottrazione delle nostre possibilità o risorse e, nel caso dei genitori verso i figli, della sottrazione delle risorse dei piccoli in crescita.

Riflettiamo su come il “dire no”, abbia da subito l’effetto di creare una separazione, un’interruzione, una distanza. Il no si oppone, pone una barriera a qualcosa, ad una richiesta, ad una proposta, ad un ordine o ad una domanda e provoca un cambio di direzione rispetto all’aspettativa che io ho di come dovrebbero continuare le cose. Potremmo dire allora che una prima caratteristica fondamentale del dire no è preservare una posizione, uno spazio (esteriore o interiore). E’, in senso generale, testimoniare un’identità, un’identità con una sua specificità, con un modo di pensare, di elaborare, di scegliere, di essere nel mondo in modo diverso e proprio.

Come può allora il no che un educatore o un genitore esprime divenire utile e collegarsi al concetto di tutela dell’identità altrui e anche propria?

Per rispondere vorrei introdurre alcuni concetti un po’ specifici della psicologia che si riferiscono allo sviluppo affettivo e dell’identità del bambino. Non parliamo del suo sviluppo organico o neuropsicologico, ma della formazione degli affetti e di quel mondo interiore che fonda poi la sostanza del sé, di sé.

Sappiamo che nel bambino molto piccolo, nei primi mesi di vita, la percezione della propria identità è assente, o meglio, è vincolata alla presenza dell’altro (la madre) col quale vive in simbiosi.

Il bambino è generalmente in una posizione di bisogno che non è una posizione di passività. I bisogni di essere nutrito, cambiato, spostato, tenuto, l’insieme di questa condizione determina un aumento fisiologico e naturale di responsività, cioè della tendenza a rispondere a tali richieste, attraverso una serie di tentativi che cercano di intercettare il reale bisogno del momento. In genere il bambino piange eppure le madri (o coloro che prevalentemente si prendono cura del bambino) intuiscono il perché e soddisfano tale esigenza. C’è un legame speciale, carico affettivamente, empatico, caratterizzato da una vicinanza pre-verbale che segue la risposta, una danza primitiva mediata geneticamente, che unisce bambino e chi ne ha cura. Il pianto è il segnale del bisogno, del dolore, di qualcosa che non va, o di qualcosa da ottenere, in sintesi di una richiesta. Il bambino, avverte un’esigenza e attende, ad esempio, il seno, il latte, la culla, ma attende anche le attenzioni e le carezze della mamma. Piange e la risposta arriva, piange, immagina che arrivi e la mamma o il papà arriva, quasi all’istante. E’ un meccanismo arcaico, ha in sé qualcosa di magico e di illusorio. Ma è un illusione sana, positiva: piange perché ha fame di latte e di attenzioni e qualcosa accade e fa cessare il bisogno, facendo sentire il bimbo in un certo senso come un piccolo Dio. E’ quella sensazione di onnipotenza infantile che è indispensabile in questa fase dello sviluppo. E’ un vissuto che ovviamente non può essere verbalizzato perché si tratta essenzialmente di un’atmosfera, un clima affettivo che fa sentire il bambino indifferenziato, fuso e con-fuso con la risposta che arriva, con la mamma che lo assiste, con il resto del mondo. In questa fase il bambino si illude di farcela “da solo” attraverso la mamma che è una mamma-sè, non ancora separata e distaccata da lui. E poiché non sempre sappiamo di cosa ha bisogno, l’adulto interpreta cercando di rispondere nel modo migliore possibile; utilizzando i termini di Winnicott, la mamma deve essere “sufficientemente buona”, rispondere al meglio che può facendo anche degli errori ovviamente. Dobbiamo ricordare che come noi non sempre sappiamo cosa vuole il bambino, spesso anche lui non lo sa ma è bombardato da sensazioni che possono sopraffarlo e allora il compito è quello di “contenerlo” (Holding) per “tenerlo insieme”, dargli continuità e non farlo disgregare. Il ripetersi di questa esperienza dà continuità alla sua esistenza e, piano piano, dà significato alle sue emozioni.

Ed è proprio qui che si inserisce l’IMPORTANZA DEL NO e del TEMPO GIUSTO PER DIRE NO: all’inizio è importante che la mamma dia risposte immediate per farlo sentire amato e sorretto, ma il bambino per crescere non può stare all’interno di questa simbiosi e di questa illusione di onnipotenza. E allora, proprio il fatto che la mamma non sempre può rispondere in modo immediato e le esigenze del bambino iniziano a diventare sempre più articolate, fa sì che il bambino venga esposto ad un’attesa, ad una mancanza. Tra le sue richieste e le risposte date inizia ad inserirsi il tempo: il tempo è una dimensione cruciale perché rappresenta la primissima esperienza del no, la primissima sperimentazione del dolore e della frustrazione a piccole dosi.

La risposta non immediata, la decisione di non soddisfare costantemente la richiesta apre al vuoto certo ma al tempo stesso offre la via d’accesso al sè, fa sentire al bambino che è qualcosa di differenziato, qualcuno, ne definisce quell’identità di cui parlavamo prima. E’ evidente che c’è il prezzo della separazione da pagare, il no, l’attesa che separa, e questo crea inevitabilmente dolore, ma è proprio grazie a questo dolore che si apre la strada alla crescita.

Dire “no” è separare ma è, al tempo stesso, garantire la possibilità di agire, di mettere la  propria identità nel mondo, e di trasformare quella che era illusione di onnipotenza creatrice in autentica possibilità di fare nel reale, nel mondo che non è solo nell’immaginario del bambino, ma è fuori, nella realtà. Dire no mette un limite alle infinite possibilità del “tutto comunque e sempre”. Dire no separa e la separazione fa vedere se stesso e l’altro, fa percepire due persone distinte, introducendo il rispetto delle differenti identità e aprendo al confronto. L’altro che dice no, presenta un’esperienza che può essere negativa e frustrante, ma reale. La realtà nella vita vera infatti non è scissa, non è tutta completamente sempre buona o tutta completamente sempre cattiva: è un insieme integrato e altalenante di cose belle e cose brutte che accadono e attraverso le quali dobbiamo mediamente mantenere un equilibrio. Il “tutto bello sempre”, il “sempre positivo”, il “sempre sì” aprono all’illusione primitiva della mamma sempre accudente, del bisogno sempre soddisfatto, della non fatica, del non tempo, del non dolore. Al tempo stesso il “tutto sempre brutto“ è insostenibile e potenzialmente patologico per il nostro sistema mentale. La realtà è infatti integrare questi mondi: integrare che la mamma può essere buona, ma anche non sempre presente all’istante e nonostante ciò continuare a volermi bene.

Dopo questa introduzione teorica sull’argomento del “no”, torneremo il mese prossimo sulla stessa tematica per approfondire il significato dei “no” sia dal punto di vista del bambino che del genitore.

Per pareri, richieste ed informazioni potete scrivere al seguente indirizzo email alessandra.guerrieri@hotmail.it o consultare il sito internet www.alessandraguerrieri.com.

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