Il colloquio diagnostico consiste in un esame obiettivo che si basa esclusivamente sull’osservazione diretta del soggetto. Ciò che viene rilevato è: la cura dell’aspetto della persona, l’atteggiamento, la mimica, il linguaggio, l’orientamento nello spazio e nel tempo, la coscienza, l’intelligenza, i disturbi della memoria, il pensiero, la sfera affettiva, l’emozione, il tono dell’umore, oltre a tutte le informazioni richieste dal giudice: anamnesi, la sintesi della storia dell’infanzia e dell’adolescenza, le patologie pregresse e l’esame della condizione attuale.

Oltre al colloqui è utile l’utilizzo dei test che hanno principalmente un valore di ausilio per avere delle conferme. Esiste chiaramente una relazione incrociata tra terapeuta e parte inconscia del paziente e viceversa. Durante il colloquio si riesce a raccogliere solo ciò che il paziente porta all’interno di tale relazione, ma non molto di più. È a questo punto che l’utilizzo dei test può rivelarsi utile; in questo contesto infatti i test corrispondono ad una sorta di radiografia, consentendo di cogliere informazioni che vanno oltre la consapevolezza del paziente, informazioni che riguardano il suo inconscio.

Esistono due categorie di test: obiettivi e proiettivi. I primi sono basati su questionari, items, domande a cui il soggetto risponde in modalità vero o falso, molto, poco, ecc. Questi test sono costruiti su campioni di popolazioni con determinate caratteristiche e sulle quali vengono stabilite delle scale di valutazione. Nell’applicazione dei test obiettivi, chiunque sia il testista, il test viene somministrato seguendo delle modalità costanti e il punteggio viene ricavato in modo obiettivo. Il principale test obiettivo utilizzato nei colloqui diagnostici è il MMPI – 2, un test per la valutazione della personalità composto da tra scale di validità e dieci scale cliniche.

I test proiettivi sono invece costruiti attraverso materiale e stimoli ambigui che non hanno un significato specifico e ai quali il soggetto deve rispondere in modo spontaneo. Il test proiettivo bypassa il soggetto e accede direttamente all’inconscio. L’unico problema di questo tipo di test è che la valutazione rischia di diventare estremamente soggettiva. Il test proiettivo maggiormente utilizzato è il test di Rorschach, composto da 10 tavole di inchiostro standardizzate su cui sono riprodotte delle macchie che vennero originariamente fatte lasciando cadere delle gocce d’inchiostro su di un foglio bianco; piegando il foglio e schiacciando il liquido si ottiene un’impronta simmetrica. Il vantaggio principale di questo strumento è che permette di fornire informazioni sul livello cognitivo e sulla qualità delle capacità cognitive, così come sulla fluidità del pensiero, sul piano di realtà, su eventuali disturbi dell’ideazione, sull’affettività e sulle capacità di funzionamento sociale. Dà inoltre informazioni utili a definire la presenza di patologie e il loro tipo, attraverso un’elaborazione quantitativa dei dati messi a confronto con i dati normativi.

Anche se l’utilizzo dei test è molto utile, non sempre è necessario somministrarli in una perizia; bisogna sempre tenere presente la richiesta effettiva del giudice.

Una volta somministrati i test bisogna presentarne i risultati. Non esistono regole precise, ma è opportuno seguire una corretta procedura:

– introdurre il test utilizzato con riferimenti al metodo

– spiegare brevemente come è fatto il test e cosa misura

– stendere la relazione elaborando ogni singolo test somministrato

– concludere sinteticamente

– evitare possibilmente di parlare di diagnosi clinica, ma piuttosto di struttura o di profilo di personalità

Una volta finita la parte testistica bisogna rispondere al quesito del giudice. Nella risposta vanno riferite tutte le informazioni raccolte sia dai test che dai colloqui.

Per pareri, richieste ed informazioni potete scrivere al seguente indirizzo email alessandra.guerrieri@hotmail.it o consultare il sito internet www.alessandraguerrieri.com.

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