Con il termine psicodiagnostica intendiamo un processo di conoscenza del funzionamento psicologico della persona, reso possibile attraverso strumenti psicologici che permettono di individuare alcune sue caratteristiche, alcune peculiarità, modi di pensare e di relazionarsi.

Le origini della psicodiagnostica possono essere fatte risalire agli inizi del ‘900, periodo in cui si assiste ad un rapido svilupparsi di teorie e di metodi diversi con l’obiettivo di valutare la personalità individuale. Fino ad allora le variabili di personalità venivano definite soprattutto da indicatori esterni e valutate in base a discipline e pratiche piuttosto antiche come l’astrologia, la numerologia, la chiromanzia e tante altre. 

È a partire dalle prime misurazioni psicologiche che si può iniziare a parlare di una sistematica misurazione del comportamento e delle caratteristiche fisiche delle persone; il primo autore che pose le basi per la valutazione quantitativa della personalità fu Galton che, negli ultimi anni dell’800, fece i primi tentativi di misurazione delle capacità intellettive, introdusse i primi questionari e le prime associazioni di parole e, si dice, inventò il termine “Mental Test”.

La psicodiagnostica venne influenzata anche dalla nascita, a cavallo tra l‘800 e il ‘900 di un’altra disciplina basata sullo studio del comportamento “anormale”: la psicopatologia. Lo psichiatra tedesco Kraepelin fece i primi tentativi di classificazione delle malattie mentali; Galton, Cattel ma soprattutto Jung, introdussero la tecnica delle libere associazioni con lo scopo sia di individuare determinate categorie nosografiche sia di studiare i conflitti inconsci.

Sempre in questi anni Binet e Simon pubblicarono la prima scala metrica per l’intelligenza (1905), mentre Spearman enunciò la teoria del fattore G, inteso come indice di misurazione dell’abilità intellettuale; si affermò inoltre il concetto di Quoziente Intellettivo (Q.I.).

Verso gli anni venti vennero introdotte nuove metodologie psicodiagnostiche: i test non si limitarono più alla sola misurazione dell’intelligenza, ma si estesero anche ad altri aspetti della personalità; nacquero così i test psicoattitudinali e i test proiettivi.

Questi ultimi, in particolare, ebbero un grande sviluppo grazie all’affermarsi della psicoanalisi e della psicologia dinamica. Come è noto i teorici psicodinamici sostengono la necessità di concepire la personalità come un tutto; ecco allora che la tecnica proposta da Hermann Rorschach riuscì a soddisfare le esigenze di quegli studiosi psicodinamici che volevano sottoporre i propri pazienti a procedure standardizzate. Nonostante ciò, il test di Rorschach si diffuse e venne presentato alla Società Svizzera di Psicoanalisi solo a partire dagli anni ’30.

Parallelamente agli sviluppi di strumenti proiettivi, nacquero approcci che sottolinearono la necessità di misurare tratti anziché la personalità nella sua globalità. Si diffusero così i cosiddetti self-report, questionari somministrabili anche a grandi gruppi di soggetti contemporaneamente.  Il periodo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 rappresentò, sia in Europa che in America, un periodo di ulteriori sviluppi, con l’introduzione di nuove teorie: le teorie dei tratti e l’analisi multifattoriale. Autori come Allport, Cattel, Eysenck e Thursthone dimostrarono la validità delle loro teorie e cioè che sono molteplici le dimensioni e i fattori che costituiscono la personalità e che è necessario misurarli per avere una valutazione globale. Contemporaneamente (1939) anche Wechsler pubblicò negli Stati Uniti la sua Scala di Intelligenza con nuovi criteri, apportando nuove modifiche fino a renderla definitiva negli anni ’50 con il nome di WAIS (Wechsler Adult Intelligence Scale).

Nei decenni successivi la psicodiagnostica si espanse velocemente, ma con la diffusione dell’orientamento comportamentale, prese la tendenza negativa di trascurare gli aspetti fondamentali della diagnosi psicologica, cioè i tratti di personalità, concentrandosi invece sugli aspetti superficiali e sulla misurazione di indici obiettivi del comportamento, utilizzando addirittura procedure di indagini molto simili ad esperimenti anche nel setting clinico.

Anche negli anni che seguirono, fino agli anni ’80, i reattivi mentali vennero considerati negativamente in quanto strumenti che classificavano e quindi etichettavano un individuo come patologico. Solo verso gli anni ’90 i test tornarono ad essere rivalutati e ad essere riconosciuti come strumenti utili per la valutazione e la diagnosi dei pazienti. Ciò è stato forse possibile grazie all’introduzione di un sistema condiviso di classificazione dei disturbi mentali: il DSM.

Attualmente, la psicodiagnostica utilizza diversi strumenti psicologici per giungere al processo di diagnosi. Tra questi troviamo le tecniche della domanda come colloqui, interviste e questionari, con i quali si raccolgono informazioni tramite lo scambio verbale o per iscritto; i metodi osservativi e i test psicologici, tra i quali, oltre ai test di intelligenza e gli inventari di personalità, troviamo i metodi proiettivi ai quali viene data, in questo contesto, un’attenzione particolare.

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