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Sacchetti biodegradabili, quello che c’è da sapere

Borse biodegradabili: posso portarle da casa o pesare i singoli prodotti senza imbustarli? Le risposte alle polemiche che stanno invadendo i social. Anche in bergamasca con l’inizio del 2018 è entrato in vigore il decreto che recepisce la direttiva europea in merito all’introduzione di sacchetti biodegradabili che si utilizzano per imbustare frutta a e verdura fresche […]

Borse biodegradabili: posso portarle da casa o pesare i singoli prodotti senza imbustarli? Le risposte alle polemiche che stanno invadendo i social.

Anche in bergamasca con l’inizio del 2018 è entrato in vigore il decreto che recepisce la direttiva europea in merito all’introduzione di sacchetti biodegradabili che si utilizzano per imbustare frutta a e verdura fresche al supermercato, che inquinano meno dei sacchetti in plastica e che sono a carico del cliente.

Numerosissime le polemiche che stanno invadendo i social network e i media riguardo al pagamento di questi sacchetti: alcune notizie sono bufale, altre invece raccontano la verità. Cerchiamo dunque di fare chiarezza.

La direttiva europea

Era il 29 aprile 2015 quando il Parlamento europeo ha approvato la direttiva 2015/720 che, considerando che “le borse di plastica con uno spessore inferiore a 50 micron, diventano più rapidamente rifiuto e comportano un maggiore rischio di dispersione di rifiuti, a causa del loro peso leggero”, obbliga gli Stati membri ad adottare misure per diminuire in modo significativo il loro utilizzo.

I provvedimenti adottati possono essere: o l’adozione di misure che assicureranno un livello di utilizzo annuale non superiore a 90 borse di plastica di materiale leggero per ciascun cittadino entro il 31 dicembre 2019 e a 40 borse di plastica di materiale leggero per persona entro il 31 dicembre 2025 o “obiettivi equivalenti in peso”; o l’adozione di strumenti volti ad assicurare che, entro il 31 dicembre 2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente nei punti vendita di merci o prodotti, a meno “che non siano attuati altri strumenti di pari efficacia”.

La procedura d’infrazione aperta contro l’Italia

A gennaio del 2017, la Commissione europea apre una procedura di infrazione verso l’Italia per il “mancato recepimento della direttiva 2015/0720/UE (…) per quanto riguarda la riduzione dell’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero”. L’Italia recepisce così la direttiva europea tramite la conversione in legge del decreto del 20 giugno 2017 puntando a favorire una riduzione dell’utilizzo di borse di plastica e a informare del loro impatto sull’ambiente tramite campagne di educazione ambientale e di sensibilizzazione dei consumatori.

L’articolo 226-bis, “fatta salva comunque la commercializzazione delle borse di plastica biodegradabili e compostabili”, al comma 1 vieta la commercializzazione di quelle di plastica in materiale leggero che non hanno precise caratteristiche stabilite dalla legge, mentre al comma 2 stabilisce che non possono essere distribuite a titolo gratuito: “a tal fine il prezzo di vendita deve risultare dallo scontrino”. Gli esercizi commerciali che violeranno la legge saranno puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da 2.500 a 25.000 euro.

Il prezzo, le buste portate da casa e l’inserimento nello scontrino

Il prezzo dei sacchetti non è stabilito nella legge dello scorso agosto:  in base ai primi dati diffusi si parla di una media di 2 centesimi a busta, che variano da 1 a 3 centesimi. I proventi non finiranno nelle casse del tesoro, ma resteranno ad esercenti e grande distribuzione, a copertura dei maggiori costi dei sacchetti biodegradabili e biobased rispetto a quelli tradizionali.

La vigente disciplina ambientale non prevede il riutilizzo delle borse ultraleggere portate da casa: per motivi igienico sanitari, quindi, si dovrebbe consentire solo l’utilizzo di quelle che sono integre e conformi, al pari di quelle distribuite nei punti vendita.

Pesare i singoli prodotti senza imbustarli non evita il prezzo del sacchetto, come sponsorizzato soprattutto sui social network perché per legge e per comodità, la busta viene contata ogni qual volta si passa un codice a barre alimentare per alimenti sfusi sul lettore.

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