Lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica sta ancora facendo notizia e portando strascichi tra i big della tecnologia. I dati personali degli utenti e le loro preferenze sono davvero il nuovo “oro nero”?

Nello scorso numero abbiamo parlato di Facebook e del disastro combinato con Cambridge Analytica, i cui strascichi continuano a fare notizia: la società inglese, dopo aver perso gran parte dei suoi clienti e per le ingenti spese legali, ha annunciato che chiuderà i battenti, avviando la procedura di insolvenza in Gran Bretagna e di bancarotta negli Stati Uniti. In realtà pare che riaprirà con altro nome (Emerdata) e continuerà a svolgere più o meno lo stesso lavoro.

Nel frattempo anche Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha avuto il suo bel da fare davanti al Congresso americano per fare “mea culpa”, e cercando allo stesso tempo di rassicurare gli “amici” in fuga dal social network.

I fastidi e i guai per Facebook non sono ancora terminati ma nelle ultime settimane ha iniziato a rilasciare alcune delle modifiche annunciate alle impostazioni sulla privacy, sia per dare agli utenti un maggior controllo sui dati che forniscono, sia per rendere più trasparenti le sue azioni.

Anche le società controllate dal colosso americano come Instagram e WhatsApp si sono mosse nella direzione di consentire più controllo agli utenti.

Instagram ha attivato un’opzione, simile a quella che ha anche Facebook, che consente di scaricare tutto il contenuto del proprio account: immagini (a bassa risoluzione quelle precedenti al giugno 2015 a 1080×1080 quelle successive), commenti, ricerche svolte, contatti, messaggi e like possono essere recuperati dalle impostazioni di privacy del proprio profilo in un unico file .zip

La funzione è ovviamente utile per avere un archivio completo del proprio profilo per chi vuole in seguito cancellarlo. Un piccolo rischio di “sicurezza” in questa funzione c’è, ed è la possibilità per chi avesse la nostra password di scaricarsi la copia completa del profilo, per cui vale sempre la pena usare una password robusta ed attivare l’autenticazione a due fattori (di cui magari parleremo in una prossima puntata…).

Anche WhatsApp ha annunciato una simile funzione, che ci permetterà di scaricare in un archivio le nostre conversazioni (comprendenti anche foto, video e emoji) per “metterle da parte” in locale o essere a disposizione e recuperarle più facilmente.

Riguardo a WhatsApp ci sono anche alcuni “rumors” relativi all’uscita dalla società di Jan Koum, uno dei co-fondatori, da sempre attento alla protezione dei dati personali e alla privacy degli utenti (è cresciuto in Unione Sovietica sotto il regime comunista, quindi la sua preoccupazione riguardo alla riservatezza dei dati è comprensibile). Dopo la sua uscita di scena si prospettano scenari (verosimili) in cui Facebook diventi ancora più impicciona e ficcanaso riguardo ai dati del miliardo e mezzo di utenti di WhatsApp.

Il modello di business di Facebook (cioè il modo in cui fa soldi) è interamente basato sulla raccolta di informazioni dei suoi utenti per utilizzarle per proporre pubblicità mirate e “impacchettarle” per i suoi partner in modo che possano fare proposte molto mirate.

Anche molte altre aziende, da Google a Twitter passando per Spotify e Netflix, offrono servizi in cambio dei dati utenti e non è certo una novità, se ne parla da almeno 10 anni di queste questioni.

I “big-data”, l’enorme mole di informazioni sulle persone “estratti” da tutti questi attori sono davvero il nuovo petrolio, e una regolamentazione alla raccolta e gestione di questo nuovo oro nero è obbligatoria. Il Regolamento europeo sulla privacy (il cosiddetto GDPR) che entrerà in vigore a fine maggio è un primo passo, ma forse non è sufficiente.

“Creiamo i big data assieme e li rendiamo significativi assieme, ma il loro valore viene interamente catturato dalle società che li posseggono”, scrive Ben Tarnoff sul Guardian. “Ci troviamo nella stessa posizione di una nazione colonizzata, le cui risorse vengono estratte per riempire tasche straniere e lontane. Una ricchezza che dovrebbe appartenere ai molti è utilizzata per arricchire i pochi”.

Rubrica a cura di Igor Brusetti, per saperne di più clicca qui.

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