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Assenza di dpi e di protocolli, come la giovane dottoressa Clara ha affrontato il Covid-19 a Nembro

La dottoressa Clara Bettini, 29 anni, è una nuova “recluta” della medicina di base di Nembro. A due mesi di distanza ci ha raccontato com'è stato lavorare senza dpi e senza protocolli condivisi. "La strage poteva essere evitata", racconta.

La dottoressa Clara Bettini, 29 anni, è una nuova “recluta” della medicina di base di Nembro.

Arrivata in Val Seriana il 2 marzo scorso, ha sostituito il dottor Massimo Pandini nella fase più acuta dell’emergenza.

L’intervista

  • Qual è stato il tuo percorso e perché proprio a Nembro?

Io sono nata e cresciuta a Bergamo. Poi ho studiato e mi sono formata a Pavia. Avevo dato la mia disponibilità ad ATS per eventuali sostituzioni nella zona e a fine febbraio sono stata contattata per sostituire un collega. Ho accettato l’incarico e ho iniziato dal 2 marzo. Quando mi hanno contattato, non ho avuto molti dubbi e venire a dare una mano mi è sembrata la cosa giusta da fare. Per me è stato un ritorno nella mia Bergamo.

  • Sei arrivata qui nelle settimane più tragiche. Che situazione hai trovato? Operativamente, che direttive hai seguito?

Erano le settimane peggiori. Molti colleghi si sono ammalati, per cui non c’è stata neanche molta possibilità di confronto in quei momenti così tragici. Avevamo dei protocolli da seguire ma non erano aggiornati. Nella valutazione delle diagnosi venivano valutati ancora, tra le altre cose, i viaggi in Cina. Questo perché non avevamo l’esperienza clinica necessaria per affrontare un virus nuovo. Io l’ho acquisita sul campo, visitando i pazienti e andando nelle case. Avevamo la linea di non far venire i pazienti in ambulatorio, per evitare di riempire le sale d’attesa e diffondere contagi. Quindi tutte visite a domicilio, senza tra l’altro indicazioni chiare sui dispositivi di protezione, che è stata una delle grosse mancanze dell’emergenza. In assenza di linee-guida, abbiamo seguito le nostre linee guida che ci siamo creati sul campo con i giorni e prendendo a modello anche quelle che seguivano alcuni ospedali.

  • I parenti di alcune vittime sostengono che, se i loro cari fossero stati ricoverati, probabilmente sarebbero sopravvissuti. Hai mai avuto “scontri” con gli operatori sanitari sulle decisioni da prendere nell’emergenza? Credi che questa domiciliazione abbia funzionato?

Non ha funzionato ma è stato l’unico modo che avevamo di gestire l’emergenza. Come si sa, le terapie intensive erano al collasso, e questa è stata l’unica soluzione praticabile. In più, non avevamo linee guida che stabilissero chi ricoverare e chi no. L’unica certezza era che i pazienti ormai compromessi non li avrebbero presi in ospedale. Non abbiamo avuto scelta. Io in quei momenti non ho nemmeno avuto la forza di scontrarmi con qualcuno perché sapevo che anche negli ospedali si combatteva la stessa battaglia. La cosa grave è stata non aver capito che l’unica risposta da dare era rafforzare il territorio, evitando di ospedalizzare pazienti infetti, perché questo ha aumentato la diffusione del virus. Puntando sulla cura domiciliare precoce e rafforzando il personale sanitario sul territorio, avremmo potuto evitare quello che poi è successo. Solo che poi la situazione si è spinta troppo oltre, è diventata compromessa.

  • C’è qualche episodio che ti è rimasto e che ti va di citare, sia nel bene che nel male, per far capire come i nostri medici di base hanno affrontato l’emergenza?

Sicuramente di storie di pazienti molto compromessi che hanno avuto bisogno di ossigeno-terapia ce ne sono molte. In condizioni di normalità sarebbero stati ricoverati, e invece sono stati lasciati a casa con l’ossigeno. Ho vissuto in prima linea anche storie positive di persone che, una volta trattate, non hanno avuto bisogno dell’ospedalizzazione e che si sono riprese grazie anche ad un monitoraggio quotidiano. Ci sono stati però anche casi di cittadini che, per la saturazione degli ospedali, sono stati ospedalizzati per una notte e poi riportati a casa in condizioni veramente tragiche. Dopo 12 ore venivano di nuovo ricoverati e molti di loro non ce l’hanno fatta. Va detto che questi pazienti, oltre ad essere over 75 e ad avere già patologie pregresse, non ce l’hanno fatta anche perché hanno dovuto subìre questi continui stress da trasporto. E’ stato uno stress aggiuntivo allucinante. In certi casi abbiamo provato a fare l’impossibile, pur con i nostri limiti umani, perché il carico di lavoro è stato esasperante.

  • Avete anche dovuto gestire questo senso di abbandono delle persone a casa e come categoria avete perso dei colleghi. Come hai gestito a livello emotivo questi momenti?

Le notizie dei colleghi che non ce l’hanno fatta sono state sempre molto provanti per me. Gira questo slogan dei medici e infermieri “eroi”. Io sono sempre stata contro questo slogan. Noi stiamo solo facendo il nostro lavoro e avremmo dovuto essere stati messi nelle condizioni di farlo nel modo giusto, corretto, sicuro. E invece ci hanno praticamente mandato al macello. Perché alla fine è stato così: siamo stati mandati a combattere questo virus senza armi. C’è una diretta correlazione fra assenza di dispositivi di protezione e contagio di noi medici, se non persino morte. 

  • Qui la catena di comando è molto estesa. Si parte dal Ministero, poi viene la Regione e le singole ATS. Cosa è mancato secondo te in Italia?

Io partirei con i tagli che negli anni sono stati fatti alla sanità. Poi ogni anno ci sono tantissimi medici pronti per andare a lavorare ma con un imbuto formativo che non riesce a farli specializzare e a farli accedere ai corsi di medicina generale. Infatti c’è stata un’assenza del personale sanitario, tant’è che hanno dovuto abilitare i neo-laureati e metterli subito in campo a lavorare. Hanno anche dovuto richiamare i medici in pensione perché non c’erano medici. E’stata chiamata la categoria più a rischio, quando ci sono tantissimi studenti di medicina che non hanno potuto dare una mano per questo imbuto formativo. Poi il secondo problema grave è stato l’assenza totale di linee guida. L’elaborazione di linee guida almeno a livello territoriale avrebbe evitato quella strage che poi c’è stata. Sono mancati tutti quegli strumenti per aiutare i pazienti a domicilio senza ospedalizzarli. Il terzo problema è rappresentato dalla mancanza dei dispositivi di protezione, che non sono stati ordinati in tempo. Nelle prime settimane, io avevo 6 mascherine FFPP2 e basta. Fortunatamente, grazie alle donazioni private pervenute al Comune di Nembro, ma anche all’apporto significativo di alcuni parenti dei pazienti da me in cura, sono riuscito a procurarmi del materiale. Devo ringraziare tutti loro se sono potuta andare a fare le visite domiciliari, con la paura di essere io stessa un veicolo d’infezione, perché nessuno mi ha mai fatto un tampone. Io con questi dispositivi ho fatto il possibile, ma tanti colleghi non se la sono sentita di fare così, e quindi hanno deciso di non fare visite a domicilio per tutelarsi e per tutelare anche i pazienti. Come fa a funzionare un sistema del genere? Quello che è successo è di una gravità inaudita. Come si fa a mandare il tuo personale sanitario scoperto nelle case della gente malata? Infatti c’è stato un collasso generale e abbiamo visto i risultati. Nel mio studio a Nembro, su 4 medici 3 erano a casa, e uno aveva già un sostituto. Poi anche lui si è ammalato e allora sono rimasta solo io per le prime due settimane. Anch’io ho avuto paura. Ho provato a chiamare ATS e a chiedere altro materiale, e mi sono state consegnate solo 7/8 mascherine chirurgiche e 1 camice monouso. Mi è stato detto che le mascherine chirurgiche erano sufficienti.

  • Secondo te cambierà qualcosa?

Io spero di sì, perché quello che è avvenuto è stata la dimostrazione plastica di come le cose non funzionino. Fortunatamente la preparazione dei medici in Italia è molto buona, e questo ha in parte sopperito a tutte le mancanze organizzative che c’erano dietro. Il coraggio di molti medici che si sono immolati per la causa è stato sorprendente, nonostante i turni massacranti, l’assenza dei dispositivi di protezione, l’assenza di linee guida. Il solo pensiero che non possano cambiare le cose dopo questa esperienza mi provoca sgomento e dolore.

  • Sul piano umano cosa hai imparato? Sei soddisfatta?

Sì, sono soddisfatta. La mia speranza è di aver fatto bene. Umanamente mi sento molto provata dal senso di abbandono che un po’ tutti noi medici abbiamo provato. E’inspiegabile essere lasciati soli sul territorio. Noi medici di base non siamo in un’equipe ospedaliera con cui condividere la tua esperienza. E’ mancato il confronto. Sul territorio sei da solo. E io per le prime due settimane sono stata davvero da sola, senza alcun supporto. Soprattutto per un medico giovane come me che si mette a totale disposizione, è inaccettabile essere stati lasciati soli così.

  • Cosa ti porterai dietro di questo periodo?

Sicuramente tutta l’umanità che ho assorbito in questi due mesi. La paura che ho visto negli occhi delle persone. La gratitudine espressa anche nel porgermi una mascherina. Per me è stato commovente. Ho molte fotografie nella mia testa rispetto a quello che ho visto: le strade vuote con solo ambulanze che passano; le bombole di ossigeno che non si trovavano; i pazienti disperati che chiamavano le farmacie per trovarle; gli imbianchini che attaccavano gli avvisi dei defunti e la signora che li osservava con la mascherina. Tutto questo me lo porterò dentro per sempre.

Gessica Costanzo con Alberto Luppichini

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