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La farmacista di Alzano che ha lottato per la sua gente: “Così ho battuto la disperazione”

Elena Bolzoni è una farmacista di Alzano. Ma soprattutto è una cittadina di Alzano che ha lottato insieme e per la sua gente.

Elena Bolzoni è una farmacista, titolare dell’omonima farmacia in via Europa. Ma, soprattutto, una cittadina di Alzano. Prima cittadina, poi farmacista. Sembra una professionista navigata: nonostante i suoi 31 anni, è riuscita a mantenersi lucida nella tempesta, nel dramma di quei momenti concitati, senza mascherine, senza bombole di ossigeno, senza saturimetri. Ha tenuto la barra diritta. Partiamo proprio da lì, dall’avvento inaspettato dell’uragano invisibile.

Le prime fasi dell’emergenza

“E’ stato un disastro, all’inizio, sia dal punto di vista organizzativo che psicologico, nel senso che abbiamo dovuto munirci dei presidi da soli e con molta difficoltà: guanti, mascherine, schermi in plexiglass. Abbiamo dovuto imporre delle nuove regole ai nostri clienti, alle quali non erano abituati. Dall’ingresso ad uno ad uno in farmacia, al distanziamento in fila, alle regole di igiene delle mani. Noi operatori non eravamo certamente preparati all’emergenza e al dramma che è seguito. Ma i più impreparati sono stati i cittadini, che giustamente non sapevano come comportarsi. Parlo soprattutto degli anziani e delle persone più fragili. E’ stato difficile da gestire e da spiegare ai nostri pazienti, ed è stata dura dal punto di vista psicologico in quanto la maggior parte di loro aveva almeno un familiare a casa malato gravemente. Tanti sono mancati”.

La cosa più frustrante è stata non poter aiutare i propri cittadini in certe circostanze dell’emergenza. Perché in quei momenti, con la bomba del virus in valle, tutte le esigenze si sono amplificate, le richieste sono aumentate, così come il fardello delle sofferenze.

Quel fardello che Elena non si è arresa a mollare: “E’ stata veramente dura star vicino a queste famiglie, perché spesso avevano necessità di ossigeno, ma noi non avevamo più disponibilità. Quindi anche non poter soddisfare delle necessità importanti di persone a noi care, perché sono nostri pazienti da sempre, ci ha fatto molto soffrire. Noi siamo una realtà di frazione, ci sentiamo tutti una grande famiglia. Siamo legati”.

Quella che non era la classica influenza

Ad Alzano è piombato il virus. Aumenta la richiesta di farmaci legati alle patologie dell’apparato respiratorio, aumenta il consumo di antipiretici, così come degli antibiotici. La febbre e la tosse si combattono così da sempre. Ma qui, purtroppo, non si tratta d’influenza. Siamo in tempi di Covid, e nessuno ancora lo sa. Come nessuno, fino a ieri, sapeva cosa fosse il saturimetro, se non gli addetti ai lavori o quanti soffrono di pressione. Questo strumento, invece, è diventato centrale nel lessico dell’emergenza. Di più: ha segnato spesso il confine tra assistenza e inerzia, solidarietà e solitudine, vita e morte.

“I saturimetri sono stati un altro dispositivo difficile da reperire. Siamo riusciti ad acquistarne poche decine di pezzi da un paio di aziende, ma non dai nostri fornitori abituali, che ovviamente erano al collasso. Abbiamo fatto il possibile, ma non siamo riusciti a rifornire tutti. Nell’emergenza il saturimetro sarebbe stato importante per le famiglie, perché grazie a quello si poteva capire la gravità delle implicazioni del virus sulla persona”.

Ossigeno liquido a domicilio: una manna dal cielo

Insieme ai saturimetri, l’ossigeno è stato l’ulteriore bene di prima necessità nei tempi del Covid. Introvabile per i più. Reperito col contagocce per gli altri. “All’inizio ci siamo approvvigionati di ossigeno attraverso le bombole. Poi, data l’enorme richiesta, è stata organizzata la dispensazione a domicilio di ossigeno liquido e questo ha fatto davvero la differenza. Questo tipo di fornitura di ossigeno durava molto di più nel tempo ed era anche più pratica perché veniva dispensato direttamente a casa. Inoltre la decisione di assegnare ad ogni azienda una zona del territorio esclusiva, ha ridotto i tempi di consegna e questo ci ha agevolato molto. Così, una volta avvenuta questa riorganizzazione, la carenza è diminuita decisamente. Questo è avvenuto dopo la fine di marzo purtroppo, mentre prima, con la precedente modalità, non si riusciva a colmare il fabbisogno.”

In altre parole, un evento straordinario come la pandemia è stato gestito, all’inizio, con procedure ordinarie. Il sistema ovviamente non ha retto. A questo proposito, emblematica è la procedura macchinosa che doveva essere seguita sino a fine marzo per l’ossigeno. I parenti si recavano da Elena con la prescrizione medica e portavano la bombola a casa per il familiare ammalato. Una volta utilizzata, il familiare doveva sanificarla, si immagina secondo protocolli nient’affatto scientifici, tutt’al più di buon senso domestico, e poi riportarla. La farmacia di Elena la sottoponeva poi nuovamente a sanificazione e la destinava a nuovo riempimento.

“Il problema è che in circostanze normali il numero di bombole che richiediamo è minimo, per cui anche le aziende che ci riforniscono non erano in grado di mandarcene in quelle quantità. Quando arrivavano un paio di bombole, sparivano nel giro di mezza giornata. Quindi poi si rimaneva senza un’altra volta. Era impossibile soddisfare quel fabbisogno, perché era davvero troppo elevato rispetto ai nostri standard. Consideri che in tempi normali dispensiamo una bombola al mese, mentre in tempi di Covid la richiesta era di 3 o 4 al giorno”.

La gente era terrorizzata

Ma è stato il fattore psicologico, affettivo e umano quello più devastante. La gente era terrorizzata dal nemico invisibile. Vedeva i vicini cadere uno dopo l’altro senza apparenti ferite, all’improvviso, negata ogni possibilità di difendersi da un sufflato malefico che si infilava nei polmoni, e li comprometteva senza ritorno. Un colpo mortale inferto alle spalle. Si sa, gli agguati puntano sull’impreparazione del malcapitato e non c’è via di fuga che tenga, a meno che il Nemico sferri il colpo sbagliato. Qui, in questa valle, ha centrato quasi tutti.

“Quando si sono resi conto della gravità della situazione, si affidavano a noi farmacisti. Arrivavano spaventati, frastornati dalle notizie contraddittorie sulla gravità del virus, non sapevano se la precauzione di rinchiudersi in casa fosse un eccesso di zelo. E allora noi per prima cosa li abbiamo ascoltati, poi compresi e consigliati. Nel modo più semplice e dolce possibile, perchè la nostra gente era spaesata, abbiamo consigliato delle precauzioni da prendere, cercando di non incutere timore”.

Gli anziani, motore della società

Qui gli anziani sono più giovani dei giovani, hanno una vita sociale attiva, non stanno mai a casa. Li trovi agli eventi del circolo degli anziani, alle feste della Casa di Riposo, alle sagre di Paese. Sempre in compagnia. “Sono da sempre abituati a stare insieme, mi rendo conto che hanno subìto con fatica questo cambio radicale di visione, questo tutti-in-casa li ha destabilizzati. Abbiamo dovuto puntare i piedi, sa? Sono stata chiara: non dovete uscire di casa, per un po’ niente uscite con i vostri amici. Ca-sa! Ho ricevuto molte chiamate. Mi chiamavano sia per ordinare i prodotti, sia per avere consigli su come comportarsi”.

La gente, la sua gente, barricata in casa, vedeva la farmacia come un presidio di umanità, uno dei pochi rimasti in questa lotta contro un virus disumano. E allora, con la scusa di sapere se la farmacia fosse aperta, chiedevano se il “loro” personale stava bene, se a casa i familiari erano al sicuro. Consigli su come comportarsi se il marito aveva la febbre. Più in generale, chiusi fra quattro mura, chiedevano quanto grave fosse la situazione là fuori, cosa avrebbero trovato appena usciti, in strada. Cercavano un appiglio di umanità in quel mare di sofferenza.

Il peso della quarantena

“A molti non bastava una chiamata. La reclusione è pesante, avevano bisogno di un contatto, di una presenza fisica. Allora venivano in farmacia intimoriti, chiedendo come dovevano comportarsi e, se avevano la febbre, cosa dovevano prendere e quanto dovevano preoccuparsi. Ovviamente li accoglievamo, ma consigliavo sempre di non venire qui e di sfruttare le consegne a domicilio gratuite che avevamo messo a disposizione. Per quanto possibile portavamo i farmaci a casa, per tutelare soprattutto loro. Ero preoccupata. Non volevo che uscissero, soprattutto le persone più fragili”. Non solo i clienti di quella farmacia. Ci siamo sentiti tutti così: fragili e disorientati, con un disperato bisogno di sentirsi parte della Comunità.

“Dico la verità. Anch’io, in certi momenti, avevo bisogno di una presenza. Di un conforto. Con loro, in qualche modo, ci sentivamo meno soli. Abbiamo sofferto e pianto, ci siamo disperati, a tratti. Ma non abbiamo mai avuto paura di non farcela: ci hanno tirato fuori energie che non credevamo di avere, insieme a una generosità di cui non mi credevo capace”.

La forza della Comunità

La forza della Comunità, il trasporto della solidarietà, lo slancio di una generosità contagiosa hanno salvato questi luoghi da un’altra tragedia: la solitudine. I cittadini si sono salvati da soli, aggrappandosi all’umanità semplice e concreta di queste valli. Non si sono nemmeno posti il problema di dove fosse lo Stato, la Regione, le Istituzioni. Hanno scelto, con coraggio disarmante, di scalare la loro montagna d’indifferenza. Si sono attrezzati, hanno fatto rete, preferendo la risposta dell’operosità alla rabbia della disperazione.

“Nella fase iniziale siamo stati un po’ abbandonati a noi stessi. Solo in un secondo momento, ad aprile, ci sono state date delle linee guida, un protocollo da seguire. Questo è arrivato dopo, ma all’inizio in effetti siamo stati lasciati in balìa degli eventi. Così abbiamo agito con il nostro buonsenso e ci siamo trovati a utilizzare tutte le nostre risorse per poter lavorare al meglio e in sicurezza. Devo dire grazie a tutta la mia squadra, perché dall’alto non siamo stati aiutati in alcun modo, neanche a livello di presidi di protezione. Quello che abbiamo avuto, è stato grazie alla nostra ricerca di aziende del territorio, perché nessuno ci ha fornito nulla, né guanti, né mascherine, né gel. Abbiamo fatto tutto di nostra iniziativa, e anche il protocollo da seguire è arrivato in seconda battuta”.

Le istituzioni arrivano con i protocolli e le linee guida quando ormai l’emergenza ha perso la sua carica esplosiva, con morti e feriti ormai sul campo. La Comunità, qui, si era già data quelle regole che ora compaiono sui documenti del “palazzo”. Il buon senso e la semplicità di questa gente ha anticipato la frenetica inconcludenza dei burocrati ministeriali. Non è la prima volta, anzi.

Così Elena riceve quei documenti e sobbalza: “I protocolli che mi sono arrivati contenevano indicazioni che noi avevamo già messo in pratica, per fortuna. Non c’era niente di più di quello che già non sapessimo, tranne che per qualche piccola cosa, come per esempio che si doveva auto-certificare la febbre. Ma ripeto, in maggior parte si trattava di cose che già avevamo messo in pratica da settimane col nostro buonsenso”. Elena non alza la voce, eppure qualcuno è mancato. Non alza il dito contro nessuno. La forza della Comunità, nelle Valli, è proprio in questa operosità silenziosa e fraterna. Qui non amano i riflettori, ma il duro lavoro. Non sono spettacolari, ma semplicemente efficaci: questa crisi ne è la conferma infallibile.

“Grazie alla mia gente”

In questi mesi di sofferenza disumana, ciascuno ha lavorato sottotraccia, offrendo la sua incondizionata generosità e, cosa importante, trovando le risposte più efficaci per alleviare il dolore senza ritorno delle famiglie. “Io voglio chiarire una cosa: non ce l’ho con nessuno. Perché nessuno, anche chi doveva dirigere la situazione dall’alto, non avrebbe mai immaginato un’emergenza di queste dimensioni, così drammatica. Voglio credere che le negligenze che ci sono state siano avvenute in assoluta buona fede, per l’incapacità di fronteggiare questa situazione improvvisa. Non è il momento delle polemiche con le istituzioni. Oggi voglio solo dire grazie a tutta la mia Comunità. Grazie, senza di voi sarei niente”.

Alberto Luppichini

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