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Cronaca, La Valle nel VIRUS Val Seriana

I punti oscuri del Covid-19: virus in Val Seriana già a novembre. Probabile l’immunità di gregge

I punti oscuri del Covid-19: virus in Val Seriana già a novembre. Probabile l'immunità di gregge. L'intervista alla Dott.ssa Ariela Benigni del Mario Negri di Bergamo.

La Dott.ssa Ariela Benigni è il segretario scientifico e coordinatrice delle ricerche per Bergamo e Ranica dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario  Negri di Bergamo (IRCCS). In questa intervista ci chiarisce i punti oscuri sul Covid-19.

  1. Perché il virus ha avuto un impatto così devastante nella Bergamasca, in particolare in Val Seriana?

Il fatto che in Valseriana ci siano aziende molto importanti che hanno rapporti con l’estero, in particolare anche con la Cina, è fuor di dubbio. Come hanno recentemente dimostrato alcuni medici, il virus era presente in Valle già da novembre: andando a ritroso e rianalizzando alcuni casi, si è riconosciuto che qualche paziente aveva sviluppato una polmonite bilaterale, riconosciuta solo in seconda battuta come interstiziale, ossia tipica del Covid. Questo non solo in Italia: casi precoci si sono registrati in Francia e in Gran Bretagna. C’è poi un caso, segnalato dalla letteratura, anche in Germania a gennaio. Quindi questo virus circolava già prima dell’inizio della pandemia, che non è scoppiata dal nulla. 

  1. Quindi si può dire con evidenza scientifica che il virus SARS-CoV-2 era già presente in Valle a novembre?

Beh, non possiamo affermarlo con certezza. Quello che ad oggi è evidenza scientifica è che alcuni casi di polmonite bilaterale sono stati riconosciuti a posteriori, dopo un’attenta rivalutazione, come interstiziali. Sono dei casi aneddotici ma che possono far pensare ad una presenza del virus precedente all’epidemia. Il caso in Germania, dovuto ad un contagio avvenuto in gennaio, è stato acclarato Covid-19 dopo diversi mesi e pubblicato sul “The New England Journal of Medicine” nel mese di marzo. Il fatto che in Val Seriana ci sia stato un aumento enorme dei casi e un’incidenza altissima è dovuto anche al fatto che non è stata data la giusta attenzione, sin dall’inizio, ai dispositivi di sicurezza. Ciò non ha permesso alle maggiori imprese, presenti nella Valle, di attrezzarsi adeguatamente nelle prime fasi dell’epidemia.

  1. A questo proposito, uno studio condotto dal Prof. Remuzzi ha evidenziato, dati alla mano, come la mancata zona rossa sia stata un forte amplificatore del contagio.

La lettera di questi ricercatori sottolinea con tutta evidenza come le Autorità che dovevano decidere in realtà non abbiano deciso. Il fatto che ci sia stato un temporeggiamento da parte loro, ha ridotto la possibilità di contenere i contagi. La zona rossa, come ad esempio abbiamo visto a Codogno, avrebbe potuto contenere una diffusione così rapida del virus e impedire l’esplosione dei contagi nella Valseriana. Pur essendo stata una mancanza grave, ci sono state cause forse ancora più capillari. Pensiamo alla mancanza di dispositivi di protezione individuale, anche e soprattutto per il personale sanitario in ospedale e per i medici di base. Ci sono stati cioè anche altri fattori oltre al mancato lockdown dei focolai di Nembro e Alzano, su cui però le Autorità avrebbero dovuto intervenire. Certo, a posteriori mi rendo conto che sia tutto più semplice: con quello stato d’animo non era facile prendere decisioni.

  1. Il nostro personale sanitario, pur in prima linea, non è mai stato dotato di dispositivi di protezione adeguati né sottoposto a tampone. Quanto ha influito sulla diffusione del contagio?

Certamente almeno il personale sanitario avrebbe dovuto essere sottoposto a tampone. Questo sarebbe stato importante ai fini di una valutazione dell’epidemia. Bisogna anche dire che il tampone ha dei limiti legati, in primis, all’operatore. Si è evidenziato che l’esito del tampone dipende moltissimo da come viene effettuato il prelievo, ossia da come lo compie l’operatore. Dall’altro lato c’è la possibilità che il tampone non evidenzi la presenza di RNA virale, producendo dei falsi negativi, l’attendibilità del tampone varia in funzione di tutte le variabili dal 50 al 70%. Un altro problema è: se avessimo trovato tanti medici e infermieri positivi, che cosa avremmo dovuto fare? Metterli in quarantena? In quei momenti forsennati la mancanza di personale sarebbe stata devastante, perché non avrebbe permesso di curare tutti quei malati. Aggiungiamo poi che il tampone  ci dà una visione dell’oggi, è una foto istantanea. Se si effettua il tampone oggi, ma domani si entra in contatto con una persona infetta, c’è la possibilità di aver contratto il virus senza saperlo. Per non parlare dei problemi tecnici come la scarsità dei reagenti. Come ha riportato il Prof. Remuzzi sul “The New England Journal of Medicine”, il personale degli ospedali, così come quello delle RSA, andava protetto e munito di dispositivi di sicurezza, come mascherine e guanti. 

  1. I medici di base della Valseriana ci hanno confermato di essere stati abbandonati: niente mascherine, nessun protocollo da seguire.

Sicuramente non ha giovato la mancanza di un’organizzazione territoriale. Avevamo, infatti, dei medici di base completamente scollati dalle strutture sanitarie. Un po’ abbandonati sulle protezioni, ma anche dalle strutture sanitarie. Se ci fosse stata maggiore assistenza sul territorio, si sarebbe potuto evitare l’affollamento degli ospedali, presto al collasso, e avrebbe consentito che fossero seguite a casa. Ciò non è stato possibile, purtroppo. 

  1. Dottoressa, facciamo chiarezza sui test sierologici. Che affidabilità hanno?

Ci sono due tipi di test sierologici. I test rapidi, eseguiti su goccia di sangue che si prende dal dito detti “pungidito”, e quelli da prelievo venoso. Entrambi permettono di valutare la presenza di due tipi di anticorpi: gli anticorpi che si producono subito dopo l’esposizione a un agente patogeno (IgM) e gli anticorpi “tardivi” (IgG), che si producono in un lasso di tempo più lontano dall’infezione. Quanto ai test rapidi, ce ne sono tantissime tipologie, circa 100, diverse per sensibilità e specificità. Noi li stiamo usando e abbiamo verificato che alcuni sono affidabili. Poi ci sono i test sierologici con prelievo venoso. Questi sono considerati al momento più affidabili. Al Mario Negri stiamo facendo un progetto di ricerca per valutare l’affidabilità dei test rapidi in collaborazione con Brembo. Stiamo confrontando i risultati di test rapidi da noi considerati affidabili con quelli basati sul prelievo di sangue venoso. Personalmente vedo con favore i test soprattutto per la valutazione degli anticorpi IgG. In aggiunta, hanno costi più contenuti e le risposte sono più rapide.

  1. Che garanzia ci danno per tornare in sicurezza al lavoro?

I test sierologici ci dicono se siamo entrati in contatto col virus e se abbiamo sviluppato una risposta immune, cioè gli anticorpi. Non ti dicono se sei immune. Siccome questo è un virus nuovo, non sappiamo se le IgG, che normalmente per altri virus danno immunità per un certo tempo, la garantiscano anche per il Covid-19. Questi test non danno in alcun modo un nullaosta di immunità e ci aiuteranno anche a capire l’effettivo tasso di mortalità. Adesso, in assenza di tamponi, non sappiamo veramente qual è la popolazione che è stata colpita. Con i test sierologici sapremo con più precisione quante persone sono entrate in contatto con il virus. Quindi questa popolazione è il nostro 100%, da cui poi calcoleremo l’effettivo tasso di mortalità. Ciò ci permetterà di capire l’entità dell’epidemia e come evolve nel tempo se potremo ripetere il test sugli stessi soggetti. Grazie ai sierologici, saremo in grado di elaborare strategie future e, in base ai dati, di esprimerci con più certezza sull’immunità di gregge. La loro valenza è sul piano epidemiologico. 

  1. Quindi mi sta dicendo che i test sierologici non danno alcuna sicurezza a chi rientra sul posto di lavoro?

La risposta del test sierologico riguarda esclusivamente la persona. Ci dice che è possibile che la persona ha sviluppato una risposta immune mentre non ci dice niente sul fatto che la persona possa essere infettiva. Per accertare questo è necessario il tampone con i limiti.

  1. L’unica vera garanzia rimane il tampone?

E’ l’unico test al momento che ci dà un’idea se una persona può potenzialmente trasmettere l’infezione. Il tampone ha però grossi limiti che sono rappresentati dall’operatore che lo esegue, dal tipo di campione prelevato e dalla metodologia stessa. Ci sono anche limiti operativi al tampone che consistono nella difficoltà di reperire reagenti per eseguirli. Il tampone ci fornisce un’istantanea dello stato infettivo dell’individuo. Oggi posso avere un tampone negativo e il giorno dopo contrarre l’infezione. La ricerca sta progredendo con la messa a punto di sistemi alternativi al tampone rappresentati da test salivari cioè esami che permettono di stabilire la presenza di proteine del virus nella saliva. Anche in Istituto stiamo percorrendo questa strada per svincolarci in un futuro dal tampone che ha tanti limiti.

  1. Oggi cosa sappiamo del virus? E’ mutato in una forma meno grave?

I clinici ci dicono che le infezioni virali che vedono sul campo sono meno severe di prima. Abbiamo questa evidenza ma non sappiamo ancora il motivo. Forse ci siamo attrezzati meglio a combattere il virus e questo potrebbe essere positivo. Il virus, per poter infettare, deve essere abbastanza intelligente da capire qual è la chiave per entrare nelle cellule. Questo coronavirus infettava i pipistrelli e si è adattato all’uomo. Per adattarsi, ha iniziato a mutare, verificando se le sue mutazioni gli permettevano di infettare tanti individui. E’ una questione di selezione naturale: i virus che entravano più facilmente nelle cellule perché avevano avuto delle piccole variazioni nel loro RNA, hanno avuto la meglio, continuando a replicarsi e ad infettare più persone. Quelli invece che non si sono adattati all’uomo, sono morti perché non riuscivano ad entrare nelle cellule. Quindi il passaggio all’uomo è stato possibile perché alcune alterazioni hanno permesso al virus di avere un “vantaggio selettivo”. Teniamo presente che un virus letale come Ebola non è andato molto avanti nell’infezione, perché faceva morire tantissima gente. Moriva la gente ma moriva anche il virus. In altre parole il virus non ha alcun vantaggio ad essere troppo aggressivo, perché non infetta nessuno, finisce l’infezione. Il virus, così come muta per essere aggressivo, potrebbe essere mutato in una forma meno aggressiva. Non si sa se queste forme lievi siano dovute al fatto che il virus è mutato ed è diventato meno aggressivo; oppure si è raggiunta un’”immunità di comunità”, o “immunità di gregge”, che ha reso più forti le persone. 

  1. In Val Seriana è stata raggiunta l’“immunità di gregge”?

Dai primi test sierologici effettuati su un largo numero di individui, è emerso che il 60% ha sviluppato gli anticorpi. Quindi in un certo senso la comunità potrebbe essere sulla strada giusta. Un lavoro di “Science” mostra come se almeno il 55% degli individui ha sviluppato gli anticorpi, si instaura un’immunità di gregge.

  1. C’è il rischio di una seconda ondata del virus in autunno?

Non lo sappiamo. Se si instaurerà immunità di gregge, saremo più preparati a una seconda infezione Sempre che il virus non muti di nuovo. C’è stata una seconda ondata in altri paesi, per esempio in Cina. Però, sa, della Cina non si sa mai se c’è da fidarsi.

Alberto Luppichini

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