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La grammatica del nuovo mondo inizia con “mola mia” da Bergamo

È la gente di Bergamo ad aver dimostrato all’Italia e al mondo la capacità di reagire di fronte al coronavirus. A scriverlo nel libro “Grammatica del nuovo mondo” edito da Lupetti è Filippo Poletti, giornalista professionista, figlio di bergamaschi

La grammatica del nuovo mondo inizia con il dialetto bergamasco e il suo “mola mia”. È la gente di Bergamo ad aver dimostrato all’Italia e al mondo la capacità di reagire di fronte al coronavirus. A scriverlo nel libro “Grammatica del nuovo mondo” edito da Lupetti è Filippo Poletti, giornalista professionista, figlio di un trevigliese doc e uno dei 15 top voice ufficiali di LinkedIn in Italia: «È nella Bergamasca, la provincia più martoriata dalla pandemia (vale, ad esempio, per Nembro con 160 persone morte a marzo del 2020 contro le 120 di tutto il 2019), che partì l’iniziativa di Confindustria battezzata “Mola mia”, “mai mollare”: obiettivo degli imprenditori fu coordinare le attività finalizzate a produrre mascherine». A aderire, tra le aziende, furono Radici Group, Plastik e Santini.

Come dice il dialetto bergamasco, ripreso da Poletti nel libro, «noter an mola mia», in italiano «noi non molliamo». La voglia di reagire torna nel paragrafo intitolato “Saluto di addio, mai più senza”: l’immagine straziante delle bare partite da Bergamo sui camion dell’Esercito mercoledì 18 marzo 2020 per essere portate in altre regioni d’Italia «è un monito – nota Poletti – a far sì che mai più si ripeta che i defunti non siano salutati dai propri cari. Lasciamo all’aritmetica fare di conto. Di coronavirus, purtroppo, si muore. Ma mai più così, lontano dagli occhi delle famiglie. La morte è una cosa troppo drammatica per non essere condivisa».

Ordinate alfabeticamente, il libro “Grammatica del nuovo mondo” presenta 50 parole chiave della pandemia: tra queste, oltre alla M di “Mascherine ‘Mola mia’” e alla S di “Saluto di addio”, ci sono la A di Aurora piuttosto che la G di “grazie”, la I di “italiani”, la S di “smart working” fino alla U di “umanità”.

Tra le parole del nuovo mondo ci sono aggettivi che hanno invertito la loro valenza (come positivo, diventato un termine negativo) ed espressioni che hanno assunto nuovi valori (come RT, il retweet del social media Twitter utilizzato oggi per indicare il tasso di contagio, o “mani pulite”, espressione legata nell’immaginario collettivo all’inchiesta giudiziaria di cui sta per ricorrere il trentennale e dal 2020 raccomandata da tutte le autorità come norma igienico-sanitaria). 

Nel dizionario di Poletti figurano lemmi diventati di uso comune come smart working, infodemia o memorabilia dal nome dell’iniziativa pavese di raccolta di ricordi tra gli anziani promossa dallo Spazio Geco a partire dal 2020. Tra i termini c’è anche “paziente”, legato nella memoria degli italiani al caso di Codogno di Mattia Maestri: la sua vicenda, raccontata dai media nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2020, «è un invito a riflettere – scrive Poletti – come di fronte al male tutte le persone hanno la stessa dignità e devono essere curate nel miglior modo perché, come dimostra la storia a lieto fine di Mattia, per tutti ci può essere un futuro luminoso».

Nella grammatica pandemica, introdotta dalla premessa del filosofo Salvatore Veca e completata dalla postfazione dello psicanalista Luigi Ballerini, trovano spazio nomi propri di persona che hanno contribuito a scrivere le pagine del nuovo mondo: è il caso della piccola Aurora Maria Perottino, nata a Moncenisio in Piemonte nelle settimane seguite allo scoppio del coronavirus, dopo anni che il secondo Comune più piccolo d’Italia non vedeva più una culla riempirsi. È il caso, a proposito di persone, del capitano campano della Diamond Princess, Gennaro Arma, ultimo a scendere dalla nave posta in isolamento dal 5 al 27 febbraio 2020 nel porto di Yokohama in Giappone. Oppure, ancora, dell’infermiera di Cremona Elena Pagliarini, addormentatesi sul tavolo di lavoro e immortalata in rete, della ricercatrice dello Spallanzani di Roma Francesca Colavita, a cui si deve l’individuazione della sequenza del nuovo coronavirus, dei nonni emiliani Alma Clara Corsini e Alberto Bellucci, ribattezzati da Poletti “nonni Speranza” dopo aver sconfitto la malattia respiratoria all’età di 95 e 100 anni. Ed è il caso – prosegue Poletti nel racconto persona-centrico – del presidente dell’Inter Steven Zhang, autore dell’invettiva “pagliacci” indirizzata al presidente della Lega dei professionisti della Serie A Paolo Dal Pino in vista del match Juve-Inter all’inizio della pandemia, e dell’imprenditore veronese Gian Luca Rana con il super stipendio elargito a Natale ai dipendenti. 

A completare il libro, accanto alla sitografia, alla socialgrafia e all’appgrafia, c’è l’ecatòmeron ossia la cronaca dei primi 100 giorni del contagio: «L’arrivo del coronavirus in Italia – puntualizza Poletti – deve essere datato al 30 gennaio 2020, quando furono scoperti i primi due casi positivi al nuovo coronavirus: si trattò di due turisti di nazionalità cinese, originari della provincia di Wuhan, ricoverati all’istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani». Un arrivo avvenuto, dunque, un mese prima della scoperta del focolaio di Codogno e della morte delle prime due vittime per coronavirus, rispettivamente Adriano Trevisan di Vo’ nel Padovano e Giovanna Carminati di Casalpusterlengo nel Lodigiano. 

Come si legge nella premessa-testamento scritta da Veca, scomparso il 7 ottobre 2021, la “Grammatica del nuovo mondo” può insegnarci tanto: «Le pagine del libro di Poletti sono affascinanti. Noi non siamo i signori dell’universo. Noi siamo nello stato contingente dell’essere “creature”, nel senso che il mondo non è in alcun caso nostro. Il nostro slogan “una sola umanità, un solo pianeta” va integrato con la glossa che ci ricorda che, come viventi, noi non siamo “soli”. Questa glossa elide la pretesa illusoria dell’eccezionalità antropocentrica». 

È la lezione della pandemia: come siamo parte della natura e della cultura, così apparteniamo alla comunità vivente. Nel nuovo mondo, infatti, c’è spazio solo per la prospettiva dell’ecologia radicale e della giustizia sociale. Per voltare pagina e guardare al 2022 con fiducia è necessario recuperare il senso delle parole: è quello che propone la “Grammatica del nuovo mondo”, invitando così a vincere la paura e a guardare al futuro con occhi nuovi

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