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Cronaca Bergamo

Commercio in difficoltà, in città a Bergamo resistono i negozi di alimentari

Commercio in difficoltà, in città a Bergamo resistono i negozi di alimentari. Cresce il commercio nell'hinterland

Le difficoltà del commercio, ma anche la sua resilienza e la capacità di trasformarsi e reinventarsi. È questa in estrema sintesi la fotografia di Bergamo scattata da Confcommercio, nella settima edizione dell’Osservatorio sulla demografia d’impresa nelle città italiane realizzato in collaborazione con il Centro Studi delle Camere di Commercio Tagliacarne, su 120 comuni, dal 2008 ad oggi.

La trasformazione della vocazione della città di Bergamo è evidente. L’effetto della pandemia ha nonostante tutto limitato la caduta del commercio al dettaglio nel suo complesso, con un aumento dello stesso nell’ultimo biennio del 2,7% fuori dal centro storico e la diminuzione del – 2,4% nel centro storico. A crescere nel biennio 2019/2021 i prodotti alimentari e bevande (+14,1%) ma al di fuori dei centri storici (dove invece si registra il -1%), gli esercizi specializzati per altri prodotti a uso domestico (+11% al di fuori dei centri storici, +54,7% nei centri storici), le farmacie (+49,4% nei centri storici, +12,1% al di fuori).

Il dato di crescita dell’area al di fuori del centro storico è decisamente al di sopra della media nazionale, mentre si posiziona al di sotto,nel dato che riguarda il cuore della città. Prendendo come riferimento l’ultimo decennio (2012-2021), il centro storico di Bergamo ha visto un calo più consistente del commercio pari a -20% rispetto alla media delle altre 120 città analizzate (che si attesta a -16,4% a livello nazionale e a – 17,5% per il centro nord.

Se il commercio in senso stretto ha perso insegne, si è assistito ad una forte trasformazione in favore delle attività di somministrazione: si segna il +2,7% nel centro storico e il + 3,1% al di fuori di esso nel biennio di pandemia, mentre nel decennio la crescita è pari a + 10,2% nel centro storico e 16,2% fuori dal centro. Questi ultimi dati sono nettamente superiori a quelli nazionali (rispettivamente, +7,8% e +4,9%).

Le imprese della ricettività sono calate nell’ultimo biennio del -10,2% nel centro storico e del – 6,3% fuori da esso. Chiaro l’effetto Covid-19. Osservando infatti l’andamento del decennio si vede come Bergamo abbia messo a segno una crescita del 179,7% nel centro storico e del + 64,5% fuori da esso, nettamente sopra i dati di riferimento nazionali (rispettivamente pari a + 46,3% e + 37,2%).

“Bergamo ha sostanzialmente tenuto nei numeri delle imprese perché ha saputo trasformarsi- commenta il direttore Ascom Confcommercio Bergamo Oscar Fusini-. Il commercio qui, come altrove, ha pagato lo scotto del cambiamento degli stili di consumo e del boom del digitale e ha visto alcuni settori, come abbigliamento e calzature, soffrire pesantemente. Paradossalmente la pandemia ha favorito la tenuta dei negozi alimentari e nell’ultima fase, si assiste anche ad un timido risveglio di settori che scommettono sulla rinnovata voglia di uscire dei bergamaschi”. Il dato più evidente che distingue la nostra città dalle altre nei numeri di crescita è la trasformazione della città in chiave turistica: “E’ l’effetto positivo dell’aeroporto e quindi del turismo, che ha favorito la nascita di nuova imprenditorialità nel campodell’accoglienza e della somministrazione- continua Fusini-. Il biennio ha colpito duro queste attività: le premesse per una ripartenza si sono iniziate ad intravedere, anche se all’uscita dall’emergenza sanitaria, in piena crisi energetica, sta avanzando l’ombra di una guerra dagli esiti e dalle conseguenze incerti. Confidiamo inoltre che il rispetto delle regole dell’accoglienza limiti in futuro la sofferenza degli alberghi penalizzati dalla crescita tumultuosa delle altre tipologie di alloggio e da una concorrenza sleale”.

Lo studio nazionale

La settima edizione dell’osservatorio sulla demografia d’impresa analizza, dal 2008 a giugno 2021, l’andamento dello stock delle imprese del commercio al dettaglio, inclusi gli ambulanti, ripartito in 11 categorie merceologiche, e dei settori degli alberghi e delle attività di ristorazione. La voce “altro commercio” riguarda sostanzialmente le società che vendono online e porta a porta, i distributori automatici e le vendite per corrispondenza. Le imprese sono state suddivise in base alla location della propria attività: centro storico (CS) e resto del territorio comunale (NCS, non centro storico).

Macro-trend totale Italia: tutte le attività ammontano a circa 921mila unità circa, di cui 467mila riguardano il commercio al dettaglio in sede fissa. In nove anni sono scomparsi quasi 85 mila negozi fisici, di cui quasi 4.500 durante la pandemia. Oggi i consumi in termini reali sono sotto i livelli del 1999 e lo stesso parametro in termini pro capite si colloca sotto i valori del 1998, cioè 17.297 euro del 2021 contro i 17.708 euro di 25 anni fa. Se sommiamo le perdite di ambulanti a quelle del commercio in sede fissa in nove anni spariscono quasi 100mila attività.

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