Seguici su

Cultura

Cerete Basso, la Pala Ferri di Gianantonio Guardi torna in chiesa dopo il restauro

Il 26 ottobre la pala di Gianantonio Guardi, restaurata da Fondazione Creberg, torna nella chiesa di San Vincenzo Martire a Cerete Basso

Pubblicato

il

Il 26 ottobre 2026 la pala d’altare di Gianantonio Guardi, restaurata da Fondazione Creberg nell’ambito del progetto “Grandi Restauri”, sarà ricollocata nella chiesa parrocchiale di San Vincenzo Martire a Cerete Basso.

Il ritorno a casa dopo la mostra a Palazzo Creberg

Dopo l’esposizione a Palazzo Creberg, a Bergamo, prosegue la riconsegna degli 11 dipinti restaurati dalla Fondazione nel corso del 2026. Tocca ora alla “Madonna col Bambino e i santi Silvestro Papa, Caterina d’Alessandria e Antonio Abate”, conosciuta come Pala Ferri, un olio su tela del 1754 di 260 x 175 centimetri. Dal 27 ottobre l’opera potrà essere ammirata nella chiesa, negli orari di apertura. Con la campagna 2026 salirà a 142 il numero di capolavori restaurati da Fondazione Creberg dal 2007, che diventano 181 considerando singolarmente gli elementi dei polittici.

Che cos’è “Grandi Restauri”

Il presidente della Fondazione, Angelo Piazzoli, precisa che il progetto non è una semplice sponsorizzazione con erogazione di fondi agli enti. La Fondazione si fa carico dell’intervento per intero: dalle richieste di autorizzazione alla copertura assicurativa, dall’imballaggio al trasporto, dalla scelta del restauratore ai sopralluoghi, fino alla ricollocazione e alla comunicazione al pubblico. Piazzoli ricorda che la parola chiave è “tutela”, presente nell’articolo 9 della Costituzione, e definisce il dipinto “una autentica sorpresa” per la qualità, molto apprezzata nelle visite guidate.

Gianantonio Guardi, il pittore

Nato a Vienna nel 1699 e morto a Venezia nel 1760, Gianantonio Guardi era il fratello maggiore del celebre vedutista Francesco. Figlio del pittore trentino Domenico Guardi, dagli anni Trenta del Settecento lavorò soprattutto nell’area veneziana, dedicandosi alla pittura sacra e alla decorazione, anche in collaborazione con il fratello. Trasferitosi stabilmente a Venezia, sviluppò una pittura di figura legata alla tradizione barocca e rococò, via via più vicina alla cultura veneziana.

La storia della Pala Ferri

La pala fu commissionata nel 1754 da don Francesco Ferri, sacerdote del ramo veneziano di una famiglia radicata a Cerete almeno dal Trecento. Era destinata alla cappella di famiglia, fatta costruire tra il 1518 e il 1519 da don Silvestro Ferri, che aveva il giuspatronato su di essa. Per questo i santi raffigurati, Silvestro, Antonio e Caterina, sono quelli della cappellania istituita dalla famiglia, e sono anche i santi che danno il nome ai committenti. Un’iscrizione latina del 1754, ancora oggi sopra l’altare, lo ricorda.

Il dipinto era anche una dichiarazione pubblica di diritto: lo stemma dei Ferri, un leone rampante in campo blu e rosso con tre stelle, e l’iscrizione affermavano il giuspatronato riacquisito dopo una lunga vertenza. La pala diventa così un documento genealogico, devozionale e giuridico, oltre che un’opera d’arte.

Secondo una tradizione critica, la commissione potrebbe essere stata favorita dal cognato di Guardi, Giambattista Tiepolo. Don Ferri conosceva con ogni probabilità il pittore: nel 1752 fu testimone, insieme ad Angelo Celsi, in una procura che Guardi conferì per i propri interessi in Val di Sole. Per l’impostazione Guardi si ispirò alla pala di San Zaccaria di Paolo Veronese (1564), già replicata in passato per il maresciallo von der Schulenburg, ma qui cambiò i santi per adattarla al programma della famiglia.

La luce protagonista

Più di tutto, nel dipinto colpisce la luce, vivace e guizzante, che richiama i bagliori della laguna veneta. Argentea e dorata, arriva da sinistra e illumina la colomba con il ramo d’ulivo, il pastorale e la tiara di San Silvestro, il suo piviale e la leggera mantellina di Santa Caterina. La tavolozza è ridotta al giallo oro, al blu e al rosso, ma resta di grande preziosità.

Il restauro

L’intervento, lungo e delicato, è stato eseguito da Antonio Zaccaria sotto la direzione di Filippo Piazza, funzionario della Soprintendenza di Bergamo e Brescia. Le indagini diagnostiche di Vincenzo Gheroldi hanno mostrato che la tela, apparentemente in discreto stato, aveva vernici alterate, vecchie integrazioni virate di tono e una materia pittorica molto sofferta. Una pulitura estremamente selettiva ha restituito la vibrazione della superficie e ha rivelato importanti lacune, ad esempio nelle anatomie della Vergine e del Bambino, ricostruite con una paziente integrazione pittorica.

Rimossa dalla cappella, la pala ha rivelato anche un problema nascosto: infiltrazioni d’acqua avevano favorito la crescita di microrganismi e distrutto il margine superiore della tela, compromettendone l’ancoraggio al telaio. Una nuova fascia di supporto ha oggi messo l’opera in sicurezza. Per il restauratore, si è trattato di scongiurare un rischio silenzioso e di restituire all’opera “energia, luce e libertà” di pittura.

 

Continua a leggere le notizie di Valseriana News, segui la nostra pagina Facebook o iscriviti al nostro gruppo WhatsApp

Contenuto sponsorizzato

Clicca per commentare

Tu cosa ne pensi?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *