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10 DOMANDE ALL'AUTORE

INTERVISTA A SIMONA SPARACO

La Giunti si avvicina al periodo natalizio presentando il nuovo romanzo della sua autrice di punta, Simona Sparaco, già reduce dal successo conseguito con il precedente lavoro “Nessuno sa di […]

La Giunti si avvicina al periodo natalizio presentando il nuovo romanzo della sua autrice di punta, Simona Sparaco, già reduce dal successo conseguito con il precedente lavoro “Nessuno sa di noi”. La chiacchierata con Simona permette ai suoi numerosi lettori di scoprire un lato più intimo della vita dell’autrice che con garbo li introduce alla scoperta del suo nuovo “Se chiudo gli occhi”.

 

Se ti immagino in una casa, vedo che esci da una stanza per passare in un altra, portando comunque con te l’ombra di un dolore. Era terribilmente forte in “nessuno sa di noi” e rimane a suo modo intenso anche in questo nuovo lavoro.

Il dolore è parte della vita. In qualche modo, anche nella felicità, lui esiste e ci guarda. C’è chi lo ignora e chi impara persino ad apprezzarlo. Di certo non si può chiudere in un cassetto, un giorno ci si rivolterà contro. Quando scrivo, io guardo il dolore e trovo le parole per arginarlo, per cullarlo, per farlo diventare qualcosa d’altro. E’ da sempre, anche quando scrivevo romanzi ironici e spumeggianti, il mio modo di stare al mondo. 

Un attore studia movenze, mimica e tono di voce per riuscire ad impersonificare il ruolo che gli viene assegnato. Uno scrittore come riesce a fare proprio il sentimento che descrive?

A un certo punto lo sente. Ed è abbastanza inspiegabile, perché non c’è nulla di calcolato o razionale in quello che fa. Ma deve poter contare su un’altissima capacità di immedesimazione. E io ce l’ho da sempre. Molte amiche mi considerano la confidente ideale, perché partecipo, gioisco, piango, mi arrabbio. In altre parole vivo quello che mi viene raccontato, e anche quello che scrivo.

Usiamo la macchina del tempo. Torniamo alle prime letture. Cosa leggeva Simona da bambina?

Il primo libro “Una vita” di Maupassant, e il secondo “Zanna Bianca”. Ricordo questi primi due come fosse ieri. E’ stato come aprire una porta che non si è mai più richiusa. Ma da quel momento sono diventata onnivora, e ho perso il conto e la sequenza.

Noi siamo la generazione che è cresciuta con romanzi d’avventura. Avevamo come riferimento culturale  Calvino,  Pirandello, la Deledda. Oggi secondo te che cosa manca per far si che i ragazzi tornino a leggere? Manca il tempo, soprattutto. Noi avevamo modo di annoiarci, i ragazzi di oggi no. Sono oberati di impegni, si affacciano in un mondo così competitivo, studiano tanto, fanno tanti sport, e quando hanno un po’ di tempo libero, tutto vogliono fuorché mettersi a leggere un libro. Non sanno quanto è più importante, un libro, di qualsiasi altra cosa, per sviluppare la nostra capacità di sentire.

Sai che negli alberghi, nei comodini delle stanze, si trova la Bibbia. Se tu dovessi lasciare un libro in una sorta di book crossing su che titolo si poserebbe la tua scelta? 

“Se chiudo gli occhi”? Scherzi a parte, direi un libro di filosofia. Viaggiare è anche un’occasione per riflettere sul senso della vita. 

Amazon ha creato un sistema che permette di vedere sino a che percentuale di avanzamento un libro viene letto? Emerge che molti romanzi non raggiungono nemmeno il 30%. Molti comperano per poter dire di avere in casa questo o quello….

Sai quante volte mi è capitato di parlare con qualcuno che faceva finta di aver letto un libro senza nemmeno avere idea di quale fosse l’argomento? Una volta addirittura il libro in questione l’avevo scritto io. La verità è che i ritmi di oggi sono più faticosi, e ci sono molte più distrazioni. Prime tra tutte, gli smart phone. Una volta nelle metropolitane, specie in Giappone, la gente leggeva, oggi chatta. Persino i giapponesi, popolo di grandi lettori, stanno perdendo colpi. 

Oggi c’è il dibattito sul valore che il nome dell’autore può rappresentare per le vendite. La Rowlings ha scritto sotto pseudonimo ed è stato un flop. Tu sei uno dei casi letterari più interessanti. Un tam-tam urbano ha portato il tuo nome ad essere fra i più gettonati nelle librerie.

Quello che dici mi lusinga. Immagino che se trovi uno scrittore che ti piace, è naturale che poi tu abbia voglia di conoscerlo meglio. E’ come uscire a un primo appuntamento, se non ti delude, puoi cominciare una storia. Ma guai a tradire la fiducia di chi ti sceglie.

Stupisce anche il caso della contro-mediaticità. Elena Ferrante continua a nascondersi. Nessuno sa di lei e il suo mistero è la maggior promozione dei suoi romanzi. 

Elena Ferrante è proprio brava, punto. Andrò controcorrente, ma penso invece che il suo successo non abbia a che fare con questo, ma con quell’allure di magia che c’è nei suoi romanzi, dalle copertine ai titoli, alla scrittura. Se uscisse allo scoperto, sarebbe quasi ininfluente.

Esiste secondo te una stagione per la scrittura? dove le idee maturano meglio o diventano legna che arde sul camino dell’ispirazione? 

Io ho notato che la sofferenza e l’ansia mi portano a scrivere con più fermento. Inutile dirti quanto tutto questo mi spaventi.

Si avvicina il Natale. A chi regaleresti il tuo romanzo e con quale augurio?

Lo regalerei a tutti quelli che si stanno cercando, con l’augurio di arrivare a fine lettura con la sensazione di pienezza e leggerezza che ho provato io. Questo è il mio romanzo più terapeutico. 

Abbino sempre una proposta culinaria alle mie recensioni. A Simona cosa piace mangiare? O anche a Simona cosa piace cucinare?

Prima di diventare mamma amavo cucinare, mi rilassava molto, e mi piaceva preparare piatti elaborati, ero bravissima a  fare un raviolo ripieno d’uovo con gli asparagi. Nel mangiare invece amo le cose più semplici, come la pasta al pomodoro. Trovo che questa contrapposizione si abbini molto anche al libro.

 

LEGGI ANCHE: SE CHIUDO GLI OCCHI

 

A cura di Wiliam Amighetti

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