Nuova intervista nello spazio culturale “10 domande all’autore” che, dopo la recensione, pone l’attenzione sullo scrittore. In questo caso si tratta di una donna, Barbarah Guglielmana che ci racconta il suo rapporto con la poesia, con la letteratura e con il mondo editoriale.

La tua poesia esce decisamente dai canoni della tradizione italica. Nessuna rima baciata e versi ruvidi, quasi spigolosi…

Esce con l’aria che respiro, non la penso prima che sia lei a presentarsi, in un’immagine in una parola in un senso. E per la vita ha le sue diverse forme, non precise non perfette non organizzate, vera di una sua nudità malvestita, magari.

L’immagine che ricorre leggendo le tue parole è quella di una donna in equilibrio su di un filo teso nel vuoto. Sembra che da un capo ci siano le certezze, la caparbietà, le regole. Dall’altro aspetti la voglia di protezione, di amore…verso quale lato della corda stai camminando?

Interessante anche per me essere vista da fuori per un vedermi dentro, su questo fine ma continuo filo, a cui mi appoggio con piedi pesanti di montagna e da cui mi sollevo con mani liquide di mare, ballando tra la ricerca di un terreno su cui sedermi e di una nuvola su cui addormentarmi…

Barbarah è donna, medico, autrice. Che legame creano fra di loro queste tre figure?

Si fanno compagnia, si completano, non si prendono mai troppo sul serio, sono alleate nei giorni e nelle notti.

Oggi salvare vite è ancora “poetico” sembra che fare del bene dia quasi fastidio?

Fare del bene non sembra essere facile, eppure è così naturale. Dividersi quello che si ha, porre attenzione a chi cammina nell’altra direzione, ascoltare un silenzio. Vedere dentro gli occhi di una persona è anche un aver ascoltato se stessi.

Tornando alla letteratura, chi ti ha influenzato e da dove nasce la Barbarah poetessa?

Ho sempre letto più narrativa che poesia, forse il mio verso libero nasce dalla lettura dell’Urlo di Kerouc, avevo scoperto la libertà della parola sulla carta da urlare velocemente, sì è partito tutto da lì il discorso di scrivere poesie e non più racconti. E di dire quello che pensavo senza mantelle!

Spesso, nei comodini delle stanze d’albergo, capita di trovare una copia della Bibbia. Se tu potessi aggiungere un libro, su quale titolo ricadrebbe la tua scelta?

Oh, che domanda difficile, che domanda furba. Chiesta oggi non ha la stessa risposta di ieri, né quella che avrebbe domani. Oggi ti direi che non so rispondere.

Scegli cinque titoli da portare con te sull’immaginaria isola deserta.

Tutti gli scritti di Fëdor Dostoevskij. Tutte le poesie della Wisława Szymborska. Il Canone tibetano. Un corso di lingua francese. L’Harrison, entrambi i volumi.

In Italia scrivono tutti e non legge nessuno. Però la poesia resiste. forse per l’immediatezza della comunicazione.

Sì, probabilmente, è perché arriva “semplice”,  la sentiamo in tanti e attraverso questa naturalezza ci diciamo del nostro essere, abbandonato in una gioia o  perso in una melanconia.

Immaginati davanti ad uno specchio. Che cosa vedi?

Una donna che allo specchio preferisce una finestra che guardi su un giardino, dove perdersi in un essere senza limiti.

E dall’alto del filo teso?

Un essere in bilico, ma che vuole rimanere ancora sospeso, per non perdere nessuna visuale, anche se in realtà non ne saggia una sola nella sua interezza.

Nel tuo libro dai spazio a Cristina Campo.

Una scelta editoriale, che mi ha riempito di gioia.

 

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A cura di William Amighetti

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