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SPUTA TRE VOLTE

La dendrocronologia è la scienza che classifica la crescita degli alberi atraverso la numerazione dei cerchi presenti nella sezione del loro tronco. Leonardo fu il primo ad appuntare su uno […]

La dendrocronologia è la scienza che classifica la crescita degli alberi atraverso la numerazione dei cerchi presenti nella sezione del loro tronco. Leonardo fu il primo ad appuntare su uno dei suoi tantissimi taccuini il segreto botanico. Successivamente ogni individuo colpito dalla primae verdeanica falangea, neologismo non Bartezziano, ma inventato or ora di sana pianta che può essere tradotto semplicemente in pollice verde, ha analizzato le linee dei cerchi quasi che fossero fondi di caffè, senza capirci assolutamente nulla e tralasciando la parte più importante, quella dello spazio fra una linea e l’altra. Il margine dell’esistenza e il suo continuo riproporre il passo verso il vuoto che ivi è contenuto. Descivere il nulla è impossibile. Disegnarlo è opera da reparto protetto per pazienti consci di essere ricoverati in un istituto di igiene mentale. Davide Reviati annulla il colore e si prende cura della sua sequoia narrativa. Un tomo di cinquecento pagine dove i cerchi concentrici sono gli spazi vuoti e l’assenza è tangibile. Un libro breille che rende percepibile al tatto la dimensione dilatata del vuoto.

Quello che è stato per tutti gli adolescenti il solco sul fondale del Mar Rosso, con le acque della nostra non consapevolezza che si aprivano permettendoci di raggiungere la riva del mondo degli adulti. Reviati è un genio. Leonardo e le sue astute macchine del tempo non lo avevano ancora intuito, ma se l’alieno toscano (non l’attuale clone Collodiano) dovesse essere un neo contemporaneo, non esiterebbe ad assumerlo a bottega. Reviati è l’artista della non dimensione. Disegna ciò che non c’è e lo rende tangibile, così che il lettore si trova immerso in una dimensione difficilissima da spiegare eppure  estremamente famigliare, così palesemente pregna di Deja Vù. Perchè noi siamo stati lì. A scacciare mosche e zanzare che erano la colonna sonora delle nostre estati. Ad annusarci come cani. A correre verso chissà dove e a cercare di tenere al guinzaglio la rabbia. Noi abbiamo visto zingari e abbiamo creduto che la linea della vita e dell’amore fosse davvero pari al nostro personalissimo libretto delle istruzioni.

E noi abbiamo visto quelli che partivano e che non tornavano e la loro storia poteva essere dapprima narrata e poi tramutata in leggenda, perchè tutto lo spazio vuoto che ci ha circondato nella nostra assoluta dimensione adolescenziale, poteva essere riempito solo di sogni e di accrescitivi cosmici. Eccolo il genio. Eccolo con la sola varietà dei grigi mentre da colori caleidoscopici ad una storia che sfogliata l’ultima pagina chiede di poter essere riletta dal principio. Giuro che io Davide Reviati non lo conoscevo. Mea culpa, mea grandissima culpa. Giuro che vado subito a comperare le sue precendenti opere. Giuro con la mano sul cuore e le dita incrociate. E sputerò tre volte. Giuro.

 

Sputa tre Volte – di Davide Reviati. Coconino press – Fandango

 

Cercate da qualche parte una di quelle vecchie bottiglie di Cedrata Tassoni o di spuma nera. Trovate una radio che gracchia e che non si possa ascoltare in cuffia. Lanciate il più lontano possibile delle figurine dei calciatori e fate tintillare delle biglie marmoree nelle tasche dei pantaloni. Rigorosamente corti.

 

A cura di William Amighetti

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