Il significato del termine setting: la stabilità che permette il movimento all’interno del processo psicoterapeutico.

La complessità del processo psicoanalitico è qualcosa di così articolato e multiforme da rendere ardua ogni sua descrizione e spiegazione. Ciò che avviene all’interno della stanza di analisi assume infatti un significato proprio di quel contesto che solamente chi vi appartiene lo può comprendere; paziente e terapeuta si trovano in una relazione particolare e governata da regole in grado di farli accedere ad una dimensione “altra” rispetto alla realtà esterna pur rimanendone in contatto. L’insieme di queste regole, che prende il nome di setting, è la condizione indispensabile perché possa avviarsi la relazione terapeutica e possa aprirsi il processo psicanalitico. Lo stesso Freud lo paragona al gioco degli scacchi: così come nel gioco degli scacchi è necessario avere una buona conoscenza della teoria dell’apertura per disporre in modo ottimale i propri pezzi affinché si possa giocare un medio gioco solido e corretto, anche nel lavoro psicoanalitico è essenziale l’organizzazione iniziale del quadro all’interno del quale la scena si svolge, delineandone i confini spazio-temporali dentro cui il processo in atto assume significato.

Così come la scacchiera delimita l’area in cui il gioco degli scacchi è possibile e ogni mossa acquisisce valore, allo stesso modo il setting definisce il campo all’interno del quale può avvenire il gioco della relazione psicoanalitica. Ciò vale sia nel percorso terapeutico individuale che in quello di gruppo ma nella situazione di gruppo, questa funzione del setting viene amplificata e accelerata dalla presenza degli altri componenti.

Il setting inteso come un’insieme di costanti della relazione terapeutica, permette, attraverso la conduzione del terapeuta, di creare un luogo che da inizio e conclusione ad un processo interno che permette di far esprimere, narrare la persona con la propria storia.

E’ attraverso le caratteristiche specifiche del setting che le difese e le modalità di espressione di ciascuno possono trovare uno spazio e un tempo, una possibilità di condivisione e di evoluzione proprio mediante l’organizzazione spazio-temporale specifica del setting che “è contemporaneamente limitante, rassicurante e costruttiva. Stabilisce infatti dei limiti ed introduce una “finitezza” nello spazio e nel tempo sociali; fornisce anche un appiglio alle angosce ed un “dato indispensabile” per il processo di simbolizzazione del tempo e dello spazio immaginari” (Kaës, 1972, pag.81).

Quando parliamo di setting ci riferiamo solitamente alla cornice, all’assetto spazio-temporale che delimita l’area entro cui può svolgersi il processo psicoanalitico. La parola inglese setting, la cui traduzione rimanda ad un significato sia di “collocazione” sia di “sfondo/scenario/cornice”, contiene al suo interno oltre ad un’idea di stabilità e di rigidità anche un concetto di movimento; la parola “set” contenuta nel termine setting viene tradotta infatti nella lingua italiana sia nelle nozioni di  “fisso, fermo, saldo” sia in quelle di “atteggiamento” e nell’azione de “il mettere, il porre, il collocare”. Questo ci fa pensare al setting come quel concetto che definisce l’ambiente fisico all’interno del quale ha luogo, in cui “si colloca” la relazione tra paziente e terapeuta ma anche l’insieme delle  regole che governano tale ambiente fisico e tale relazione e che gli conferiscono il suo carattere saldo, fisso e costante. Questa parte stabile e fissa del processo psicoanalitico Bleger la definisce un “non processo”, in quanto costituito dalle costanti nel cui ambito il processo si svolge”  e senza la quale non può realizzarsi  e non può essere analizzato. Bleger continua affermando infatti che “ un processo può essere studiato solo se si mantengono le stesse costanti (setting). È così che nel setting psicoanalitico includiamo il ruolo dell’analista, l’insieme dei fattori spazio-temporali e parte della tecnica (fissazione e mantenimento di orari, onorario, interruzioni regolate, ecc.)” (Bleger, 1867, pag. 243).

Ma come abbiamo detto la parola setting lascia spazio anche ad una possibilità di movimento, alla possibilità di “mettere, porre, collocare” un qualcosa al suo interno e che rimanda all’espressione di un “atteggiamento” che può essere in divenire. Possiamo quindi dire con le parole di Etchegoyen che “vi sono due modi di intendere il setting, come fatto di comportamento o come atteggiamento mentale” dove il primo racchiude l’insieme dei gesti, dei modi di fare e delle azioni che, per quanto indispensabili nella realtà relazionale che crea, secondo Etchegoyen “non sarà mai sufficiente perché il processo si sviluppi veramente. Il setting è sostanzialmente un atteggiamento mentale dell’analista, di fatto l’atteggiamento mentale di introdurre il minor numero di variabili nello svolgimento del processo” (Etchegoyen, 1986, pag. 584).

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