Sono viziatissima. Spoiled direbbero gli inglesi. Mangio solo il torrone di Cologna Veneta. Perché sono allergica alle nocciole, certamente, ma anche, e soprattutto, perché ne adoro la consistenza decisamente impegnativa, il marcato sapore di miele, le mandorle giganti semi-intere. Insomma, da vera snob del torrone, non mi interessano i nocciolati, i ricoperti al cioccolato, gli aromatizzati al cognac. Cremona è la mia seconda patria, la salvezza del viaggiatore che non riesce a trovare il suo amato tesoro dopo aver battuto invano supermercati e autogrill e poi, d’improvviso, se lo ritrova sotto il naso in una luminosa giornata di fine novembre. 

Con la sua fiera del torrone lombardo, siciliano, torinese, pugliese e chissà di quale altra regione, Cremona fonde quintali di zuccherosa e mielosa dolcezza con la sua dolcezza intrinseca. L’ho scoperta per caso e ne sono rimasta incantata. Dopo essere sopravvissuta allo choc dell’aver scovato l’ormai introvabile torrone di Cologna Veneta ed averne subito mangiato un pezzetto in preda alla follia, ho iniziato ad apprezzare sul serio la città.

Nei giorni della festa del Torrone, già piuttosto freschi, Cremona è velata dalle luci di un tardo autunno. Dal palazzo del Municipio, attraverso grandi vetrate, il sole del pomeriggio incrocia la facciata del duomo e il battistero. Il loggiato e la piazza offrono passaggi verso angoli insoliti, tutti caratterizzati da una stessa tonalità color biscotto. Un magnifico caffè storico sotto i portici offre al visitatore una prospettiva particolare, dal buio alla luce, dal tepore che profuma di espresso forte al fresco cristallino dell’ esterno.  La statua di Antonio Stradivari,  particolare e spigolosa ai miei occhi, racconta un pezzo di storia e di vita della città in un altro angolo, forse meno conosciuto.

Sopra ogni cosa, a Cremona si respira la qualità suprema delle zone di pianura, per le quali noi di montagna nutriamo sempre una certa diffidenza, e cioè una meravigliosa calma. Le persone lavorano, si spostano, vivono con distaccata intensità. Faticosamente salendo dentro al Torrazzo, e pare di non essere mai in cima davvero, l’ho capito bene. Un gradino dopo l’altro, ma senza affanno…così andrebbe presa la vita, con la stessa morbidezza di uno dei monumentali cremini che occhieggiano dalle bancarelle e rivaleggiano, ad armi pari, con gli altrettanto monumentali torroni cittadini.

Maria Teresa Betti

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