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Cronaca, NEMBRO Bassa Valle

Don Matteo Cella a Nembro, essere prete ai tempi del Coronavirus – l’intervista

L'intervista a Don Matteo Cella su come la comunità di Nembro sta reagendo alla tragedia del Coronavirus.

Don Matteo Cella è uno dei tanti preti della Val Seriana che in questo periodo tragico ha dovuto reinventare il proprio ruolo così fondamentale in una comunità distrutta dal dolore, com’è quella di Nembro, paese della bassa Val Seriana fortemente colpito dai decessi da Coronavirus.

Vi proponiamo il suo racconto in questa bella intervista del giornalista Alberto Luppichini che, dalla Toscana, ha deciso di sostenere il lavoro di Valseriana News con interviste e articoli a carattere nazionale.

L’intervista – Don Matteo Cella “Il Virus una carneficina. Intere generazioni spazzate via. Noi alleviamo il dolore delle famiglie. Un dovere raccontare le storie di chi non ce l’ha fatta”.

  1. Come si è accorto che il dramma stava piombando nella sua comunità? Ha in mente qualche immagine?

Per noi che accompagniamo le persone alla sepoltura, l’immagine più terribile è stata quella dei decessi. L’altra sicuramente l’immobilismo, un paese vuoto dove non si smuove niente e non c’è nessuno in giro. Sembravano le immagini di un film.

  1. Come ha gestito i lutti delle famiglie? Si è imbattuto in una situazione nuova anche per lei, così tanti decessi in pochissimo tempo.

C’è anzitutto il fronte delle famiglie che hanno avuto lutti. Cerchiamo di dare conforto e non farle sentire da soli, con mezzi semplici e diretti, diversi da quelli ordinari. Normalmente vado a trovare le persone, parlo con loro e celebro i funerali. Adesso invece tengo i contatti telefonici  e tento di restituire una dimensione più umana a questo rito di sepoltura che si fa al cimitero e che è una cosa minima. In dieci minuti, purtroppo, deve finire tutto. Poi, su un altro fronte, abbiamo quelle famiglie con bambini a casa non colpite dal virus. Anche con loro mi tengo in contatto chiamando le famiglie e facendo videoconferenze con i ragazzi più grandi.

  1. Molte famiglie della sua comunità sono state falcidiate dal virus.

E’ vero, tant’è che a Nembro nel solo mese di marzo ci sono stati più di 130 morti. Molte famiglie hanno subìto gravi perdite, e sono stati soprattutto gli anziani a farne le spese. In diversi casi, poi, nella famiglia ci sono stati più decessi, perché si sono contagiati l’uno con l’altro.

  1. Ha ricevuto richieste da famiglie che la volevano lì, con loro, ad alleviare le loro sofferenze?

E’ accaduto di frequente nelle prime due settimane, quando mi chiamavano per avere un conforto e per la benedizione. Poi, dopo l’inizio della quarantena a casa, ho sospeso le visite: avrei potuto essere io stesso il veicolo del contagio e ho preferito evitare. Ci teniamo in contatto con altri mezzi, c’è un po’ la freddezza della lontananza fisica ma cerchiamo di compensare con un po’ di attenzione e di umanità. Poi ci sono quelle famiglie che già prima della pandemia versavano in gravi difficoltà economiche.

  1. Per queste famiglie, la quarantena è stata il colpo di grazia. Com’è intervenuto verso questa parte fragile della Comunità?

I “dimenticati”, come li chiamo io, sono quelli da assistere con maggior cura. Per fortuna abbiamo una rete sociale molto attiva sul territorio, che coinvolge la San Vincenzo, il Centro Ascolto Caritas della parrocchia e le altre associazioni caritative. Mi sono preoccupato di raccordare i vari gruppi che si occupano della distribuzione dei pasti, del pane, dei vestiti. Il Centro Ascolto Caritas aiuta le famiglie a pagare le bollette. Poi, preziosissimo è il lavoro della rete dei servizi sociali sul territorio. Abbiamo poi creato un progetto, “Spazio compiti”, per aiutare i ragazzi di queste famiglie in difficoltà nella didattica a distanza. In molti non hanno un computer né una stampante a casa. Grazie ai volontari del “Progetto Usignolo”, ci facciamo mandare i compiti, li stampiamo in parrocchia e li recapitiamo alle famiglie. In più, stiamo aggiungendo un’assistenza specifica in videochiamata per lo svolgimento dei compiti. Nella zona di Bergamo, poi, alcuni del gruppo “Scout” fanno ripetizioni on-line in cambio di un contributo per l’ospedale. I ragazzi delle scuole medie sono felici di ricevere le mie videochiamate, sentono un conforto oltre il dolore e la solitudine.

  1. L’emergenza ha tolto anche la bellezza del contatto umano durante le celebrazioni.

E’ un altro aspetto “disumano” della pandemia. Per questo, alle 11:30 ogni mattina celebro una messa ricordando le famiglie in lutto, i defunti di questi giorni. Alla domenica c’è un gruppo di giovani che ci dà una mano e ci consente di trasmettere la messa in streaming su youtube. E’ un piccolo contributo per dare alle famiglie un senso di Casa, di Comunità, di Speranza. E anche lì si ricordano quelli che sono stati sepolti nella settimana. Perché poi c’è anche questo sfasamento: non celebrando i funerali, e con i tempi lunghi delle cremazioni, stiamo portando alla sepoltura persone che sono morte 15/20 giorni fa. Per la gente questo è anche un modo per venire a conoscenza dei decessi.

  1. In questo periodo di tempesta, ha notato qualcuno di nuovo che si è avvicinato a lei e alla parrocchia, che ha sentito il bisogno di un conforto “divino”?

Sì, si sta avvicinando a noi sia chi è toccato dal dolore sia magari anche solo dalla solitudine. Così cercano l’occasione di sentire un po’ di vicinanza. Spesso sono quelli che vedono la messa su youtube e poi scrivono un messaggio di ringraziamento. 

  1. In Valseriana il virus ha spazzato via intere generazioni. Nella seconda guerra mondiale i caduti erano i ventenni, oggi i ragazzi di allora. Come la sta vivendo?

Ancora non posso accorgermene dal vivo, vista la quarantena. Ma i numeri sono impressionanti e so che la Comunità è decimata. Alcuni sono volti noti e già raccontati dai media, come Ivana Valoti, l’ostetrica.

  1. Diamo voce a quelli che non ce l’hanno fatta e che per ora sono rimasti nell’anonimato.

Uno dei primi è stato un volontario del gruppo degli Alpini, il signor Ardenghi, una persona che negli anni è stata fondamentale per noi. Ha costruito la sede al Parco Rotondo, ha tenuto il verde, ha ristrutturato la chiesetta degli Alpini. La moglie è una volontaria storica della parrocchia. Il gruppo Alpini, di 180 soci, ha avuto più di 20 decessi. C’è poi il caso di Tullio Carrara. Aveva dei problemi di salute nell’ultimo periodo, ma era una persona di 70 anni. Tullio ha contribuito a costruire la biblioteca a Nembro e ha sostenuto un’infinità di attività culturali. Era un volontario della Caritas ed era nella redazione del bollettino parrocchiale: portava un grande contributo dal punto di vista della cultura e delle idee. Sicuramente è una perdita significativa anche questa. C’è poi la storia di una suora di clausura di Nembro che ha perso lo zio. Si sono ritrovati tutti per dargli l’ultimo saluto, al funerale. Poi, attraverso il tampone scoprono di essere tutti positivi. Così li mettono in quarantena. Nel frattempo si ammala il papà della suora e muore. Poi la zia della suora. Tre lutti in 20 giorni, così è sparita la generazione di quella famiglia. Abbiamo portato al cimitero un papà di 80 anni e un figlio di 60, sepolti nello stesso giorno. Il figlio si era preso cura del padre, poi si è ammalato anche lui e non ce l’hanno fatta. Da non dimenticare i morti non riconosciuti come Covid. Io ho fatto il funerale a un papà di 52 anni, che lascia una moglie e 3 figlie, di cui una di 25 anni. Non è stata riconosciuta come morte da Covid, ma sicuramente per l’andamento della malattia si trattava di questo virus. Questo si è verificato all’inizio dell’esplosione della malattia, quando non c’erano i medici di base perché erano tutti in quarantena e le ambulanze arrivavano dopo un’ora dalla chiamata. Questo padre di famiglia, che aveva qualche problema di cuore, dopo dieci giorni con la febbre e senza aver ricevuto alcuna visita, ha deciso di chiamare l’ambulanza, ma la situazione era già compromessa, con problemi respiratori già evidenti.

  1. 10)Fuori dai “conteggi”, ci sono anche le persone morte in casa.

Un numero elevato è morto in ospedale, senza la possibilità per le famiglie dell’ultimo saluto. L’unica comunicazione dall’ospedale era la chiamata per comunicarne la morte e restituire gli effetti personali. Quelli morti in casa, invece, non sono all’interno dei conteggi da Covid. Si tratta spesso di persone anziane. Ma il punto è: sono morte per decorso da anzianità o è stato il virus? Purtroppo nessuno ci darà questa risposta. Non ci sono più e nessuno l’ha indagato. 

  1. 11)Pensa che il virus fosse già diffuso in Valle prima dell’emergenza Covid?

A gennaio e febbraio, prima che scoppiasse l’emergenza, c’è stato un numero di funerali anomalo, circa il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il virus già circolava. La casa di riposo ha fatto registrare moltissimi morti, siamo oltre i 30 dall’inizio dell’anno, e almeno la metà dei decessi è avvenuta prima che scoppiasse il caso Coronavirus, ma molto probabilmente era già quello. Uno degli operatori della casa di riposo si era accorto che c’era qualcosa di anomalo. Io ho parlato con una volontaria storica, adesso in pensione, che si è sempre occupata di sanità, e mi ha confermato l’anomalia del numero di persone morte nello stesso corridoio. In un mese, nella RSA di Nembro, sono avvenute il doppio delle morti che si sono registrate in tutto l’anno precedente. E’ morto anche il Presidente, molto probabilmente portato via dal virus.

  1. 12)Con la zona rossa si sarebbe potuta risparmiare una carneficina di simili dimensioni?

Quando si parlava di zona rossa, già molte persone erano state toccate dal virus e già molte persone non ce l’avevano fatta. La gente all’inizio non realizzava l’entità dell’emergenza. Nel giorno di carnevale, quando c’è stato il primo provvedimento della Regione, non si capiva ancora molto: scuole chiuse, parchi aperti, alcuni bar aperti e altri no. Non si è compresa la gravità della cosa a causa delle decisioni contraddittorie e in ordine sparso dei vari livelli istituzionali. Qui la Comunità si è così preoccupata di non poter andare a lavorare. La prima religione bergamasca è il lavoro, ed è rimasta tale. C’è un panettiere che da quando si è iniziato a parlare di zona rossa, ha preso la sua borsa e sta dormendo nel magazzino della sua bottega, perché aveva il terrore di non poter più lavorare. Con una famiglia sulle spalle, e un affitto da pagare, il lavoro prima di tutto. Tutt’ora dorme lì. Fa il pane, la mattina tiene aperto il negozio. Ha lasciato a casa i suoi collaboratori e lui continua a lavorare. Fra l’altro ha anche i genitori ammalati che vivono nel sud Italia. Questo atteggiamento è stato molto diffuso qui fra la gente, soprattutto nei primi momenti.

  1. Poi è esploso il dramma delle vittime.

Sì, poi ci sono state settimane in cui avevamo 8-10-12 morti al giorno. In quel momento si è realizzato che la cosa era davvero molto grave. E quando poi il Governo ha chiuso tutto, allora qua la gente ha capito. La piazza e le strade si sono svuotate. L’osservanza dei divieti è stata meticolosa.

  1. 14) Che messaggio si sente di dare alla Comunità della Valseriana?

La Comunità dovrà fare i conti con delle ferite, non solo per il numero dei morti ma soprattutto per le persone che sono morte. La ferita è anche quella di essere stati additati come gli untori. Tanta gente ha dovuto prendere le ferie perché bersagliata dal giudizio degli altri. Tutte queste ferite lasciano il segno. Ma la nostra Comunità ha gli strumenti per rimanere unita e tirare fuori il meglio dalle persone. In questa situazione, molti danno prova di saper fare rete tra le istituzioni, i negozianti, le famiglie. Forse si è riscoperta l’importanza di non essere da soli, ma di avere conforto.

  1. 15) Cosa ci porteremo dietro da questo dramma generazionale?

Sicuramente ci siamo scoperti vulnerabili, nel 2020. Ci sentiamo spesso onnipotenti, presi dalle nostre vite frenetiche e iper-connesse, poi arriva un virus e ci riporta al Medioevo. Ecco, forse abbiamo dato per scontato di essere così forti e poi ci scopriamo fragili. Questa è la prima lezione, che però non deve essere vissuta con frustrazione. Ciò deve renderci consapevoli di cosa è l’uomo. Poi, l’obbligo di stare a casa ci insegna l’importanza dei legami con gli altri, e comunque dentro le case si è imparato a convivere sotto lo stesso tetto. La terza cosa da dire è che gli eroi dei nostri giorni sono quelli che si prendono cura degli altri: i medici, gli infermieri, i volontari, la protezione civile, e tutti coloro che sul territorio si impegnano in favore dei più deboli. Vorrei ricordare “gli angeli di Nembro”, ovvero i volontari della protezione civile che assicurano i pasti alle famiglie. Abbiamo imparato davvero a restituire un peso e una dignità alla parola “eroe”. Prima di questa emergenza chi erano considerati “eroi”? L’influencer di turno e i fenomeni da talk-show. Ecco, ora si è ribaltata la prospettiva: gli eroi sono tutti quelli che si prendono dei rischi per aiutare le persone in difficoltà. Se non ci dimentichiamo questi insegnamenti, allora ne usciamo un po’ migliori da questa situazione. Meno egoisti e meno pretenziosi. E più disposti a darci da fare.

Alberto Luppichini

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2 Commenti

  • GIUSEPPE VERDERIO ha detto:

    Lei ha ragione, ma ,come immagino ben sappia, la storia poco insegna

  • Mari ha detto:

    Vorrei venire a trovarla. Mi ha commossa per le sue parole, per la sua umanità verso chi se n’è andato e verso chi è rimasto. Io ho subito un grave lutto, non da coronavirus, e ho trovato conforto vedendola in tv e leggendo anche questa intervista. Appena sarà possibile vorrei poterla incontrare, parlarle, ma soprattutto ascoltarla. Mi dica come posso fare. La ringrazio

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