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Il panettiere di Nembro che ha dormito in negozio: “Mio padre ha perso contro il Covid-19 ma non per colpa sua”

Salvatore Mazzola è il titolare del panificio “Semplicemente buono” a Nembro in Piazza della libertà. Ha lottato con tutte le sue forze per salvare il padre, ma non ce l’ha fatta. Giuseppe Mazzola, professore di 81 anni, è scomparso il 1 aprile scorso alle cliniche Gavazzeni di Bergamo.

Salvatore Mazzola ha il sangue siciliano e il cuore bergamasco. Palermitano di Montelepre, nel ’96 lasciava la Sicilia per Londra, dove iniziava da lavapiatti al Four Season, e intanto imparava l’inglese.

La storia di Salvatore

Tornato in Italia dopo due anni, dal ’98 iniziava come centralinista alla catena Jolly hotel fino a scalare la piramide e diventare, nel 2013, direttore d’albergo. Le ultime due strutture dirette sono state l’Holiday Inn Express e il Crown Plaza, entrambe a Milano Malpensa. Dopo essersi trasferito a Bergamo da sua moglie, la decisione inaspettata per i più: Salvatore lasciava la sua comfort zone costruita dopo anni di sacrifici e decideva di seguire la sua passione, la panetteria. Così impiegava i proventi della disoccupazione per studiare e frequentare corsi serali. Una nuova vita iniziava, con fatica. Ma l’ex direttore d’albergo è abituato ai sacrifici: il sudore di Londra e la gavetta milanese sono lì a confermarlo. Il sogno è vicino, alla portata, nella testa di Salvatore: aprire un panificio tutto suo, e aprirlo in Paese. Da Milano alla montagna bergamasca, il sogno si fa in Provincia.

L’arrivo del virus a Nembro

Il 4 settembre 2017 iniziava la sua nuova vita a Nembro. ”Faccio bar,caffetteria e panificazione. Il mio sogno in provincia era iniziato”. Poi arrivava il virus, e in poco tempo l’allarme cresceva. Così Salvatore lasciava le sue collaboratrici a casa, per evitare di esporle a rischi inutili, e iniziava a gestire da solo l’attività. Cresceva la preoccupazione anche per la sua famiglia: la moglie, i figli piccoli e i genitori, in quel momento a Nembro per dare supporto.

L’isolamento in negozio

Così Salvatore, senza pensarci due volte, decideva di isolarsi da tutti, per scongiurare qualsiasi ipotetico rischio da contagio. Dal 5 marzo, comprata una brandina, iniziava a dormire nella sua panetteria. “Per legge, l’alimentarista ha bisogno di uno spogliatoio con doccia. Mi è bastato mettere una brandina del Decathlon e un materasso Ikea. Passare i giorni da solo non è stato facile, ma lo rifarei. Sveglia per mezzanotte e mezzo, doccia e iniziavo la preparazione. Poi l’ultima fornata alle 9 e mezzo del mattino e via pronti per la vendita. Fortunatamente ho chiuso il bar, e questo mi ha aiutato”. Salvatore rimarrà in isolamento volontario, recluso nella sua panetteria, per un mese e 7 giorni, fino al giorno di Pasquetta. Nonostante questo, il suo gesto premuroso e intriso di generosità non servirà a proteggere dal virus proprio quegli affetti che lui, con il suo personale lockdown, voleva salvaguardare.

Il virus colpisce in famiglia

In famiglia il virus colpisce tutti: prima i bambini, poi sua mamma, subito dopo il papà e poi la moglie. Nei bambini, il virus si manifestava come una semplice influenza, e come tale curata con anti-piretici. La mamma lo smaltiva in una settimana senza febbre, e sua moglie perdeva per un giorno l’olfatto e il gusto. Sul papà, invece, il virus si abbatteva silenzioso. “Mio papà si è beccato 13 giorni di febbre, si è curato con la tachipirina. Al nono giorno la febbre non scompariva e abbiamo chiamato i soccorsi, che però si sono rifiutati di venire”.

Il calvario del padre Giuseppe

Qui iniziava il calvario per il padre di Salvatore, Giuseppe. Tanti, troppi casi di sofferenza sono legati alle disfunzioni di un sistema sanitario locale mal coordinato, mal gestito, poco chiaro nei suoi mille cavilli e infiniti protocolli mai divulgati. Anche il caso di Giuseppe non fa eccezione. “L’errore forse è stato non accentuare l’affanno respiratorio. Mio padre, a partire dal 5 marzo, iniziava ad avere qualche accenno di tosse secca e di affanno respiratorio soprattutto quando si coricava. Dopo 9 giorni, vedendolo peggiorare, ci siamo allarmati. Così il 17 marzo, alle ore 18:34, abbiamo chiamato il numero dell’emergenza-Covid 800447722. A una ragazza dall’accento albanese, abbiamo evidenziato i sintomi di mio padre e comunicato la presenza in famiglia di due presunti Covid, mia moglie e mia mamma. La ragazza ci diceva che avrebbe trasmesso la nostra richiesta e che ci avrebbero richiamato nel caso decidessero di venire al nostro domicilio per sottoporci a tampone”.

Quest’ultima informazione, fornita a Salvatore da un rappresentante del personale sanitario, si è poi rivelata una bufala. “Quando, morto mio padre, il caso è passato all’ATS, la dottoressa mi ha informato che quanto ci era stato detto sui tamponi a domicilio non era una notizia fondata sui protocolli aggiornati al 17 marzo. Era proprio un’informazione sbagliata. Mi riferiva che c’erano stati problemi a inizio marzo, ma al momento della mia chiamata, e più in generale a partire dal 15 marzo, le direttive erano chiare in proposito. I tamponi non si facevano più a casa ma solo in ospedale. Siamo finiti nelle mani sbagliate”.

Un errore decisivo che metteva a repentaglio la vita del padre. Un’informazione sbagliata che faceva trascorrere tempo prezioso e che impedisce a Salvatore di non avere rimpianti, oggi.

Ma torniamo a quel 17 marzo. Dopo la mancata assistenza sanitaria, il padre continuava il suo decorso a casa. “Con la tachipirina, il 20 marzo scompariva la febbre. Sembrava tutto finito, o quasi. Mio padre stava meglio. Ma è proprio qui che il virus ci ha fregato. Mio padre continuava ad avere alti e bassi, qualche colpo di tosse e un po’ di affanno respiratorio prima di andare a dormire. A tratti aveva appetito. Ero ottimista”. Noi uomini siamo così, con gli affetti più cari: vediamo il bene in ogni singolo, pur trascurabile, avvenimento. Inconsapevolmente ci crediamo davvero. Così, Salvatore aveva la forte speranza che si riprendesse. Ecco però che il virus latente si scaglia con forza contro quel corpo sano di 81 anni. “Nella notte di sabato 28 marzo peggiorava rapidamente. L’affanno respiratorio cresceva. Così la domenica mattina mia moglie chiamava di nuovo il numero dell’emergenza, preoccupata. I sanitari le dicevano che non potevano intervenire se prima non avessimo comunicato i dati sulla saturazione del sangue con un saturimetro. Io ero nel caos più totale, perché mi trovavo al panificio e ricevevo questa telefonata da mia moglie. Ero disperato. Una mia collaboratrice, per fortuna, aveva il saturimetro. Così me lo facevo portare e correvo a casa da mio padre, con la mia mascherina”. Oltre al danno, la beffa. Per la seconda volta in pochi giorni veniva negata assistenza al padre di Salvatore. La prima volta il 17 marzo sulla base, come l’ATS ha confermato, di informazioni sbagliate sui tamponi. La seconda, quella domenica 29 marzo, sulla base di indicazioni non risultanti da alcun protocollo ufficiale ATS. Quale disposizione avrebbe impedito l’intervento dei sanitari in aiuto di un uomo forte ma ora in fin di vita? Quale atto, protocollo o direttiva sanitaria imponeva alle famiglie di dotarsi di un saturimetro? Ma, soprattutto, quelle direttive e quei protocolli esistevano oppure l’ATS ha abbandonato i medici del territorio e affidato così le scelte sulla vita delle persone della Valle a operatori non formati né consapevoli? Con quale senso del dovere e con quale rispetto deontologico è stata negata assistenza alla disperazione di una madre di famiglia che vede la gravità della situazione davanti a sé? Non è dato sapersi, perché non sono rintracciabili indicazioni ATS in tal senso.

“Quando arrivavo a casa, di corsa, mio padre era in uno stato comatoso. Non mi riconosceva più. Lo guardavo negli occhi, e capivo la gravità della situazione. Prendevo il dato del saturimetro e lo comunicavo al numero dell’emergenza. Il dato era 35, lo misuravo due volte per sicurezza. Dall’altra parte del telefono mi veniva risposto che era impossibile, perché con 35 si muore. Mia moglie ha insistito, perché il dato era quello. Poi abbiamo messo il saturimetro nel lobo dell’orecchio di mio padre, e solo in quel momento, sentendo il suo respiro così affannato e flebile, si sono convinti a mandarci un’ambulanza”. Tutto il processo di assistenza, qui, ha subìto rallentamenti decisivi a causa di un personale sanitario improvvisato mandato sul campo senza alcuna formazione e informazione adeguata. Prima il tampone mai fatto e il mancato ricovero; poi la richiesta tassativa di saturimetro che ha rallentato l’assistenza. Infine, neanche l’ossigeno gli è stato concesso, perché in quei momenti convulsi Salvatore non aveva un medico per la prescrizione. E la prescrizione è stata richiesta anche nel dramma di un’emergenza. “Dopo 10 minuti è arrivata l’ambulanza con l’ossigeno, ma ormai era troppo tardi, i polmoni erano compromessi. Inutile girarci intorno: siamo stati segnati da due episodi gravi. Intanto il 17 marzo abbiamo trovato gente impreparata che non sapeva nemmeno come effettuare i tamponi, così l’hanno negato a mio padre e hanno aggravato la situazione. Poi la richiesta folle del saturimetro, che ancora oggi quasi nessuna famiglia a Nembro ha a disposizione. Se non ci fossero stati questi errori, tutto sarebbe andato diversamente, ne sono sicuro. Mio padre sarebbe ancora vivo. Ci hanno fatto perdere 10 giorni, hanno fatto aggravare le condizioni di mio padre e lo hanno portato alla morte. Poi, non contenti, nell’emergenza più totale ci hanno chiesto i dati del saturimetro”.

La tempesta non è ancora passata

Salvatore è un fiume in piena, ha la voce burrascosa e tesa di chi non ha ancora superato la tempesta. Ma non alza i toni, non grida, l’amore per suo padre è superiore all’odio per quelli che, gliel’hanno portato via. “Mio padre veniva portato alle Cliniche Gavazzeni di Bergamo. Quella domenica lo ha accolto in clinica una dottoressa speciale per noi. La dottoressa Bettoni, che ha seguito mio padre fino all’ultimo, quel giorno mi ha chiamato stupita: perché mi avete portato quest’uomo in condizioni così gravi? Le ho detto dei ritardi, ovviamente. Ma soprattutto le ho chiesto di fare tutto il possibile per lui. Perché mio padre è un leone. Se trova un appiglio si aggrappa”.

La voce s’incupisce, arriva il pianto e il dolore per un uomo che non meritava di morire ammazzato da una sanità così vanesia. “Appena arrivato, gli applicavano una mascherina di ossigeno mista ad aria. Poi il lunedì accusava un’embolia polmonare. La dottoressa mi diceva che stavano provando di tutto ma non riuscivano ad aggrapparsi a qualcosa per salvare mio papà. Così intervenivano con degli anti-virali generici per alleviarlo un po’. Dopo due giorni, il martedì 31, i globuli bianchi rientravano, ma aveva tutti gli altri dati sballati. I polmoni erano compromessi”. In ospedale i camici bianchi provavano in tutti i modi a indebolire il virus, che penetrava tuttavia con impeto nel corpo del padre rendendo vano qualsiasi sforzo. “Oltre al mix di anti-virali, provavano anche con l’eparina, ma non c’è stato niente da fare. Martedì 31 marzo, al mattino, mio padre accusava una desaturazione. Gli venivano somministrati due giri di morfina, con i polmoni ormai in fibrosi”.

Per fortuna, Salvatore trovava il suo angelo custode, una dottoressa che trattava il padre come fosse il suo: “La dottoressa Bettoni mi aggiornava dal telefono di mio papà giorno per giorno. Era lucida e sincera con me. Mi invitava a chiamarlo, così sono riuscito a parlarci tutti i giorni prima che morisse. Addirittura siamo riusciti a riunirci tutti in conference call e a fare una videochiamata con lui, il martedì 31 marzo, l’ultima volta in cui lo abbiamo sentito. In collegamento c’era mia sorella da Riolo Terme; io dal forno in viva voce dal telefono di mio cognato, marito di mia sorella; mia madre con mia moglie da Bergamo a loro volta collegate con il figlio di mia sorella”.

L’ultima videochiamata

In quella videochiamata drammatica, “mio padre ci diceva: non ve ne andate, restate con me, mentre cercava di bere da una bottiglia d’acqua non riuscendoci. Era alla fine, ma ci voleva con noi”. Giuseppe si rendeva conto, ormai, di non avercela fatta. Capiva di non avere più energie. Ma aveva sete d’affetto, voleva parlare nonostante i polmoni bruciati. Non aveva paura di mostrare la sua sofferenza: aveva un disperato bisogno di un addio condiviso, di un abbraccio che rimane, di un sorriso per-sempre. Sapeva di partire, ma meglio partire insieme.

L’affetto e il calore dei cari è mancato a tanti, ma non a Giuseppe. Verrebbe da dire che Salvatore se l’è quasi guadagnato, dopo la serie infinita di nefandezze che hanno costretto il padre in letto di morte. “Mio padre è stato lucido fino alla fine. Ma quel giorno ci disse, prostrato dal dolore, che non ce la faceva più. Così gli ho detto: basta papà, smetti di lottare, saremo sempre con te. In quell’ultima videochiamata ci siamo scambiati le consegne e lo abbiamo salutato. E’ morto la mattina successiva alle 10:20”. Il virus si è portato via anche il Prof. Giuseppe Mazzola da Montelepre. Il leone ha perso la battaglia più difficile, ma non è caduto per colpa sua.

Lo Stato, questo Stato; la Regione, questa regione; i Dirigenti, questi dirigenti, hanno mandato allo sbaraglio sul campo di battaglia personale sanitario preparato e scrupoloso, persino umano, in questa crudele battaglia contro un nemico disumano. Ma senza direttive certe e affidabili. Senza protocolli sanitari adeguati e aggiornati. Senza opportune riserve di ventilatori e bombole di ossigeno. Li hanno mandati a morire. Anzi, ci hanno mandato a morire. Perché il vuoto fa rumore: senza di loro, noi non siamo niente.

Alberto Luppichini

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