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Cronaca, La Valle nel VIRUS Val Seriana

“Noi medici abbandonati dal sistema e ora malati immaginari”

Un grido di dolore e di rabbia di un medico di base della Val Seriana per non aver potuto assistere al meglio i cittadini del territorio.

Torniamo ad approfondire la condizione dei medici di base. A due mesi e mezzo dall’inizio dell’emergenza a parlare con noi della situazione che ha vissuto è un medico di famiglia della val Seriana

I problemi sul campo non sono mancati, come ci racconta questo coraggioso sanitario nella sua intervista-denuncia. E’ un umanissimo grido di dolore e di rabbia per non aver potuto assistere al meglio i cittadini della Val Seriana.

L’intervista

Come ha gestito i primi giorni dell’emergenza? Siete stati aiutati da ATS (Agenzia di tutela della salute)?

I primi giorni sono stati un caos totale, perché da ATS non abbiamo ricevuto alcuna indicazione chiara, se non cose a cui avrei tranquillamente pensato da solo. Ci è stato detto soltanto di non ricevere i pazienti in ambulatorio e di fare triage telefonico. Non sapevamo come gestire l’attività ambulatoriale. Sono stati i nostri pazienti a mostrare un grande senso di responsabilità, disdicendo tutti gli appuntamenti. Dalla prima settimana di marzo non ho più avuto visite di routine ma venivo contattato solo da persone che avevano sintomi da Coronavirus. In assenza di protocolli specifici da parte di ATS, ci siamo coordinati fra noi medici di famiglia e abbiamo cercato di creare noi stessi un protocollo adattato alle nostre esperienze personali. All’inizio abbiamo somministrato dei cocktail di antibiotici, sulla scia di prassi estere, e nel contempo abbiamo iniziato a fare, tra mille difficoltà, le visite domiciliari. Col passare dei giorni, la ASL ci dava delle notizie in più, così abbiamo integrato i trattamenti: prima è arrivata la clorochina, poi l’ossigeno. Ci siamo attenuti a quello che ci veniva comunicato. Cercavamo soprattutto di tranquillizzare i pazienti che erano a casa spaesati, senza indicazioni. Il meccanismo ha cominciato a funzionare bene soltanto alla fine di marzo purtroppo, a oltre un mese dall’inizio dell’emergenza, quando finalmente sono state istituite le unità assistenziali e ATS ci ha fornito dei protocolli precisi sull’ossigeno e sulla somministrazione della clorochina. Abbiamo avuto le armi quando i casi stavano scemando. Anche sui dispositivi di protezione individuale, ATS ha mostrato gravi lacune. Solo dopo 10 giorni dall’istituzione della zona rossa (circa il 20 marzo) hanno iniziato a consegnarci le mascherine, i guanti, i camici e gli altri dispositivi. Dobbiamo dire grazie alle donazioni che ci sono arrivate attraverso la protezione civile, se siamo riusciti ad assistere a domicilio i pazienti. Non certo ad ATS. Solo quando l’emergenza stava scemando, allora ATS ci ha fornito una cinquantina di mascherine e un paio di camici monouso. 

Mancanza di protocolli e di dispositivi, la guerra dei medici di base

Dal suo racconto sembra che i medici siano stati abbandonati, sia per i DPI sia nella gestione operativa dell’emergenza. Tutto è stato caricato sulle vostre spalle?

Bisogna dire la verità. All’inizio, e sino a fine marzo, non c’è stata alcuna indicazione da parte di ATS. Noi seguivamo a fatica le indicazioni del Ministero della Salute. Ho chiamato più volte ATS, e l’unica cosa che ci è stata detta è stata di tenere a casa i pazienti con sintomi da Covid. Ci è stato consigliato di somministrare ai pazienti la tachipirina in caso di febbre, dei sedativi per la tosse, e, in caso fossero in possesso di un saturimetro, di misurare la saturazione. Se la saturazione si fosse abbassata troppo, o avessero avuto difficoltà respiratoria, l’indicazione per il paziente era di chiamare il 112. In più, ci è stato consigliato di non andare al domicilio dei pazienti senza DPI. E noi non li avevamo. Quindi in pratica ci è stato detto: lasciate a casa i pazienti che stanno male, non andate a visitarli ma sentiteli solo per telefono. E’ stato un delirio, perché tutti stavano male e chiamavano. Non tutti avevano il saturimetro, e quindi non potevano accertare il grado di difficoltà respiratoria; così chiamavano il 112 per farsi misurare la saturazione, ma il 112 non rispondeva perché era oberato di lavoro. Io una mattina sono stato 20 minuti in attesa di parlare con il 112 per far ricoverare un mio paziente che poi, visti i ritardi, dopo il ricovero è pure deceduto.

Eppure dalle storie che abbiamo raccolto risulta che il 112 e in generale i numeri dell’emergenza, avessero dei protocolli sui “sintomi” da rispettare. In altre parole, ai fini dell’assistenza, il paziente doveva mostrare febbre persistente sopra i 38, tosse secca, affanno respiratorio pronunciato e dato sulla saturazione al di sotto degli standard. Esistevano indicazioni scritte ATS sui sintomi ai fini dell’assistenza a domicilio?

No, di scritto non c’era assolutamente nulla. Non ci sono state date queste indicazioni, non è vero. Semplicemente ci è stato detto: regolatevi di caso in caso. Rispetto ai sintomi menzionati dal 112, essi non sono dati veritieri né rispondenti ad alcuna indicazione a noi fornita da ATS. Nello specifico, anzitutto il dato della “febbre persistente” non è un dato verosimile. Semmai ero io a dire ai pazienti con febbre molto alta a 39 o 39 e mezzo che, dopo aver preso la tachipirina, non si abbassava, di essere consapevoli che la situazione si stava aggravando. Ma la persistenza di cui lei mi parla è un fattore inutile: se uno ha 40 di febbre al mattino, e il pomeriggio non ce l’ha, non è affatto escluso che abbia contratto il Covid. Quanto alla saturazione, purtroppo è vero. Se il paziente non riferiva di avere difficoltà respiratorie, gli chiedevano di misurare la saturazione. Se non aveva il saturimetro, spesso non andavano. Ma anche qui non c’era nessuna regola: dipendeva dalle ambulanze presenti sul territorio e dal personale in servizio in quel momento. Per esempio un mio paziente è stato ricoverato dal 112 senza misurazione della saturazione, mentre a un’altra è stata negata assistenza. Dalla prima settimana di marzo quest’ultima è diventata la prassi. Essendo tutte le ambulanze occupate, gli infermieri del triage che rispondevano al telefono dicevano prima di chiamare il proprio medico per farsi misurare la saturazione, e poi di chiamare l’ambulanza.  Tuttavia,anche sulla saturazione non c’era nessuna regola e nessun protocollo stabilito. Quanto alla difficoltà respiratoria, non ho avuto nessuna lamentela: di solito, se potevano, intervenivano. 

Lei come si è regolato con i saturimetri?

Io ho avuto la fortuna di riuscire a farli arrivare tramite la Protezione Civile ai diretti interessati. Altri pazienti, che si sono aggravati, avevano patologie pregresse e quindi avevano già il saturimetro. Mi è capitato solo una volta che l’assistenza fosse negata a un mio paziente perché non aveva il saturimetro. A quel punto sono andato io a visitarlo e la saturazione era a 96, quindi perfettamente sotto controllo. Ma la cosa grave è stata che bastava cambiare un turno di triage al 112 per trovare un’infermiera acida che non voleva mandare l’ambulanza perché non si fidava del paziente. Non perché lei fosse acida, ma perché siamo stati sottoposti a delle pressioni psicologiche allucinanti. 

Nella sua esperienza, ci spieghi come ha valutato i sintomi nei suoi pazienti e come ha gestito l’eventuale chiamata al 112. 

Con saturazioni basse o con febbri che non recedevano con la terapia, sono stato io a chiamare il 112. Nei casi di difficoltà respiratoria, ho chiesto ai miei pazienti di chiamare l’emergenza e di comunicare che avevano già parlato con me. In questi casi, l’ambulanza è sempre arrivata. 

Il caos su tamponi e test sierologici

Qual è stata la politica ATS sui tamponi?

Fin dall’inizio, la politica è stata quella di fare i tamponi solo ai pazienti ricoverati, quindi una minoranza enorme rispetto a quella che era la realtà sul territorio. Secondo i miei calcoli, al 25 aprile, nel periodo che va da metà febbraio a metà aprile ho avuto 220 pazienti con sintomi da Covid, quando in realtà gli unici che hanno fatto il tampone sono stati circa 15. 

Non c’è mai stato un momento in cui il tampone veniva fatto a casa? Secondo una testimonianza da noi raccolta, il triage dell’emergenza aveva riferito a un conosciuto panettiere di Nembro che avrebbero valutato i sintomi del padre ed eventualmente disposto un tampone domiciliare. E’ accaduto il 17 marzo. Sta dicendo una cosa grave, lo sa?

Direi che è stato molto grave quello che è successo. Mai il tampone è stato fatto a domicilio. Le dirò di più: abbiamo avuto la possibilità di prescriverlo solo adesso. Anzi: non si tratta nemmeno di una prescrizione, ma di una segnalazione ad ATS per farlo a domicilio ma solo a persone che hanno avuto sintomi recenti e che devono rientrare a lavoro. Abbiamo avuto questa possibilità a partire dal 24 aprile. Ma fino a quel momento, i tamponi venivano fatti solo ai pazienti ricoverati. A noi operatori sanitari venivano concessi solo quando chiamavamo e dicevamo di avere dei sintomi. 

Quali erano le prescrizioni sui farmaci da somministrare?

Nessuna prescrizione, anche qui. All’inizio consigliavamo ai pazienti la tachipirina in caso di febbre e sciroppi per sedare la tosse. In chi desaturava, abbiamo prescritto l’ossigeno. Tutti gli altri farmaci, antivirali, cortisonici, antireumatici come la clorochina, non si potevano utilizzare sul territorio. Ci sono arrivate le lettere che ci vietavano di utilizzarli, perché erano di stretto utilizzo ospedaliero. Poi, viste le pressioni, l’AIFA ha consentito di prescrivere la clorochina, e ha consigliato di prescrivere, per combattere le sovrainfezioni batteriche, l’azitromicina. L’azitromicina non solo è un antibiotico, ma ha anche un notevole potenziale anti-infiammatorio, e quindi riduce l’infiammazione ai polmoni. Così abbiamo iniziato a dare l’azitromicina e quando è stato possibile anche la idrossi-clorochina, un farmaco anti-reumatico. Abbiamo iniziato a capire che la causa di tutto non era il virus, ma l’esplosione del sistema immunitario. L’ultimo farmaco sperimentato è stato poi l’eparina, un farmaco anti-coagulante. Sono stati tutti tentativi, non sappiamo ancora qualei siano i più efficaci: abbiamo utilizzato questi farmaci perché erano stati utilizzati con la SARS e con la MERS. Poi il trattamento varia da caso a caso. Io personalmente ho avuto il Covid, e quando ho preso la clorochina e l’azitromicina sono stato peggio.

Medici di base: i malati immaginari di oggi

Veniamo all’oggi. Dai test sierologici disposti nella bergamasca, risulta positiva il 62% della popolazione tra i 18 e i 64 anni della Val Seriana e solo il 23% tra il personale medico. Lei è stato sottoposto al test? Come devono essere letti questi dati?

Venerdì 24 aprile io e altri 11 medici di famiglia della zona siamo stati sottoposti ai test sierologici disposti da ATS. Noi tutti avevamo manifestato i sintomi, e la maggioranza di noi aveva contratto il virus e poi guarita. Il test a cui ci hanno sottoposto rileva solo le IGG, ovvero quegli anticorpi che si sviluppano solo se si è entrati in contatto con il virus. ATS ha ragionato in questo modo: se l’ IGG è positivo, bisogna fare il tampone; se l’IGG è dubbio perché il livello è troppo basso, si ripete il prelievo; con IGG negativo, significa che non si è mai venuti in contatto con il virus. Su 12 medici, solo 2 sono stati richiamati per fare il tampone. Quindi da questi risultati solo due medici sarebbero entrati in contatto con il Covid. Secondo il risultato datoci dall’ATS noi 10 medici non abbiamo sviluppato anticorpi, quindi saremmo malati immaginari, perché l’assenza di IGG significa che non siamo entrati in contatto col virus. Non è possibile, qualcosa non quadra. A conferma di ciò che le dico, prenda i risultati dei test sierologici fatti nella bergamasca: le sembra possibile che solo il 23% di noi medici sia positivo? Io e i miei colleghi stiamo valutando di andare a fare i test in un ambulatorio privato a nostre spese per vederci chiaro. A quel punto, se i dati sulla nostra positività saranno diversi, chiederemo pubblicamente ad ATS delle spiegazioni.”

Alberto Luppichini

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