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Bergamo, esposto in Procura sulla gestione delle case di riposo nell’emergenza Coronavirus

“Davvero Regione Lombardia e ATS hanno fatto il possibile per evitare o limitare quella che è stata una strage di persone fragili?”. La CGIL presenta un esposto in Procura.

Sono passati quasi tre mesi dall’inizio dell’emergenza e in più occasioni, attraverso diversi appelli, denunce pubbliche e comunicati, la CGIL di Bergamo ha cercato di veder garantito il diritto collettivo alla salute con particolare attenzione, ovviamente, ai lavoratori che hanno continuato a svolgere la loro attività (in prima linea e non) ma anche ai cittadini più anziani, in pensione.

Ieri pomeriggio, però, il sindacato ha fatto un passo in più: sulle morti in casa di riposo e, in generale, sulla gestione dell’emergenza, la CGIL provinciale ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo.

“Sulla vicenda della pandemia e dei suoi drammatici effetti nella nostra provincia siamo intervenuti ripetutamente, sottolineando, in ogni occasione, come a nostro avviso Regione Lombardia e ATS avessero molte delle responsabilità di quanto accaduto” ha spiegato oggi Gianni Peracchi, segretario generale della CGIL di Bergamo. “Passata la fase acuta dell’emergenza, abbiamo ritenuto opportuno raccogliere le nostre riflessioni e le nostre argomentazioni, con particolare attenzione alla situazione delle RSA e di esporle agli organi inquirenti. Le responsabilità vanno accertate, soprattutto in un contesto in cui pare che nessuno voglia farsene carico. Il gioco – ne abbiamo già parlato – è quello di scaricare le colpe o verso il centro o sul sistema territoriale, cioè sulle residenze sanitarie assistenziali. Non è accettabile”.

Nel testo depositato in Tribunale, la CGIL di Bergamo chiede vengano fatti accertamenti su diversi eventi ricordandosi che “sia la Regione che ATS erano perfettamente a conoscenza della ‘composizione’ delle singole RSA accreditate sotto un profilo strutturale e degli spazi, che si era in piena emergenza e in carenza di personale e che scarseggiavano (per voler usare un eufemismo) quei DPI che già allora si ritenevano necessari per eliminare e/o ridurre il rischio di contagio. Riteniamo che quanto successo nelle RSA in questi ultimi mesi vada approfondito e che si accerti in ogni modo se sia stato fatto tutto quel che si poteva da parte di chi lo doveva fare, non solo politicamente ma, secondo noi, anche giuridicamente, per evitare o limitare quella che, agli occhi di tutti, è stata una vera e propria strage di persone fragili e innocenti”.

Direttive che sono state concause della diffusione del virus

In altri passaggi dell’esposto, la CGIL provinciale, oltre a ricostruire la cronologia di quanto accaduto, sottolinea: “Ci siamo trovati di fronte a direttive e decisioni dal nostro punto di vista incomprensibili e probabilmente concause di una diffusione così virulenta dell’epidemia nella nostra provincia: la riapertura dell’Ospedale di Alzano Lombardo alla fine di febbraio, la mancata istituzione di una zona rossa nella bassa Val Seriana agli inizi di marzo, l’adozione di linee guida in ordine all’esecuzione dei tamponi spesso non coerenti o comunque tardive rispetto alle notizie che via via sono emerse quanto alle modalità di trasmissione del virus, le mancate forniture di dispositivi di protezione individuali e la mancata chiusura delle strutture residenziali dell’area sociosanitaria”.

In particolare, sul tema delle case di riposo si legge: “La situazione delle RSA sin da subito, dalla fine di febbraio, ci è parsa delicatissima per la fragilità degli ospiti e per la conseguente necessità di assicurare l’adozione di misure appropriate per evitare che il Covid-19 si diffondesse a macchia d’olio. Proprio per questo abbiamo richiesto continuamente spiegazioni e la comunicazione di dati certi alle autorità competenti, inviando diffide affinché venissero rispettate le disposizioni emergenziali dettate a livello mondiale, nazionale e regionale ed ottenendo quasi sempre risposte non soddisfacenti perché, a dispetto di rassicurazioni e promesse, erano in contrasto con la realtà descrittaci da dipendenti e familiari di ricoverati. Agli inizi di aprile il numero di morti che le residenze contavano in base alle informazioni in nostro possesso era di gran lunga superiore a quello ufficiale e a quello della media del periodo degli ultimi anni, ed il fatto che fossero in larghissima parte riconducibili al Coronavirus era più che un semplice sospetto. A fronte di questo dramma la Giunta Regionale non sapeva che  invitare le RSA a curare gli ospiti positivi di età superiore ai 75 anni con ‘presenza di situazione di precedente fragilità nonché presenza di più comorbilità presso la stessa struttura per evitare ulteriori rischi di peggioramento dovuti al trasporto e all’attesa di Pronto Soccorso’ con tanto di linee guida per il protocollo di sedazione terminale / palliativa. Quanto stava succedendo nelle RSA era ormai evidente e raccontato anche dagli organi di comunicazione con cadenza giornaliera e con tanto di critiche ed interrogativi sulla gestione dell’emergenza da parte del sistema sanitario regionale: a tal punto che le quotidiane dirette streaming con l’Assessore al Welfare Gallera sono diventate la sede per replicare alle accuse senza un contraddittorio”.

Purtroppo le stime del numero dei decessi, stilate dalla CGIL con l’aiuto di lavoratori, delegati sindacali e degli stessi direttori delle RSA, si sarebbero rivelate drammaticamente corrette nelle settimane successive.

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