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Cronaca

“Voce Lombarda nel Mondo”: il riconoscimento 2026 all’emigrante nembrese Lino Rota

Lino Rota è la memoria vivente dell’emigrazione bergamasca in Belgio: per 25 anni ha lavorato nelle miniere ed è stato tra i primi soccorritori della tragedia di Marcinelle

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Lino Rota

Si è svolta martedì 15 settembre, al mattino, in apertura della seduta del Consiglio regionale della Lombardia, la cerimonia di conferimento del riconoscimento “Voce Lombarda nel Mondo” 2026. Il premio viene assegnato ogni anno a personalità che si sono distinte in ambito economico, sociale, ambientale, culturale e sportivo e celebra le eccellenze lombarde che, attraverso percorsi professionali e umani sviluppati all’estero, continuano a rappresentare la Lombardia.

Quest’anno il riconoscimento è stato assegnato a cinque lombardi:

  • Fabrizio Capobianco, originario di Sondrio, imprenditore tecnologico affermatosi nella Silicon Valley e rientrato in Valtellina per sostenere giovani start-up;

  • Enrico Derflingher, lecchese, chef di fama internazionale, già al servizio della Casa Reale britannica e della Casa Bianca;

  • Amalia Ercoli Finzi, di Gallarate, pioniera dell’ingegneria aerospaziale e protagonista di importanti missioni europee;

  • Camillo Ricordi, nato a New York e cresciuto a Milano, medico e scienziato di riferimento mondiale nella ricerca e nella cura del diabete;

  • Lino Rota, originario della Valle Imagna e residente a Nembro, già minatore in Belgio, tra i primi soccorritori nella tragedia di Marcinelle e testimone della storia dell’emigrazione lombarda.

I lombardi nel mondo sono i nostri ambasciatori naturali – ha affermato il presidente del Consiglio regionale Federico Romani –. Attraverso il loro lavoro, le loro competenze e le relazioni che costruiscono ogni giorno, portano nel mondo un pezzo della Lombardia e ne raccontano i valori più autentici: serietà, concretezza, capacità e visione”. Romani ha sottolineato come il riconoscimento celebri storie di talento, innovazione e impegno, ricordando il legame che continua a unire chi vive all’estero con la propria terra d’origine.

L’orgoglio dell’Ente Bergamaschi nel Mondo

Grande soddisfazione è stata espressa da Carlo Personeni, presidente dell’Ente Bergamaschi nel Mondo, che aveva proposto proprio Lino Rota per il riconoscimento. “Esprimiamo grande soddisfazione per il conferimento a Lino Rota del premio ‘Voce Lombarda nel Mondo’ – ha affermato Personeni –. Un riconoscimento che ci onora, perché è stato l’EBM a proporre Lino Rota come ‘Ambasciatore lombardo nel mondo’ 2026”.

Per Personeni, la storia di Rota rappresenta un esempio significativo dell’emigrazione bergamasca: “La sua storia straordinaria, di chi ha saputo elevare il lavoro lombardo nel mondo come eccellenza, è un orgoglio per tutta la comunità bergamasca. Una testimonianza di emigrante caparbio e laborioso, generoso e solidale, come è nella natura dei bergamaschi, che deve essere esaltata e portata ad esempio per le nuove generazioni”.

Dalla Valle Imagna al Belgio

A 97 anni, Lino Rota è una delle memorie storiche della tragedia di Marcinelle. Emigrato in Belgio nel 1948, vi è rimasto per 51 anni, 25 dei quali trascorsi come minatore. La sua storia, però, comincia in Valle Imagna. Lino nasce in Italia nel 1929 quasi per caso. La madre era rientrata dalla Francia, dove era emigrata anni prima insieme al marito, boscaiolo, per assistere la propria madre malata. Durante quel soggiorno nacque Lino.

Dopo alcuni mesi, la famiglia tornò in Francia, dove rimase fino al 1945. Alla fine della Seconda guerra mondiale, il governo francese impose alle famiglie la scelta tra la naturalizzazione francese e il rientro in Italia. La famiglia Rota, con Lino ormai sedicenne, tornò così in Valle Imagna. Per alcuni anni il giovane lavorò per una ditta impegnata nella costruzione di tunnel e fortificazioni. Poi, nel 1948, arrivò la decisione destinata a cambiare la sua vita: partire per il Belgio.

Il “foglio rosa” e la grande emigrazione italiana

A convincerlo fu anche uno dei tanti volantini stampati su carta rosa che il Belgio distribuiva in Italia per reclutare lavoratori destinati alle miniere. Il 23 giugno 1946, a Roma, era stato infatti firmato un accordo tra i governi italiano e belga noto come “Uomini contro carbone”: lavoratori italiani in cambio di migliaia di tonnellate di carbone.

L’accordo prevedeva almeno 50.000 lavoratori italiani; alla fine ne partirono circa 64.000. Il contratto aveva una durata di cinque anni e prevedeva condizioni particolari, tra cui l’obbligo di lavorare almeno un anno. Era il 1946, appena un anno dopo la fine della guerra, e in Italia le opportunità di lavoro erano ancora pochissime.

Per il reclutamento vennero affissi manifesti rosa in numerosi Comuni. I volantini promettevano viaggio ferroviario gratuito, uno stipendio garantito, assegni familiari, premio natalità, pensionamento anticipato e un alloggio conveniente.

Per chi viveva nella difficile realtà del Dopoguerra, sembrava una grande opportunità. La realtà, raccontata da chi partì, era però molto diversa. Il viaggio era pagato soltanto all’andata. Gli alloggi erano spesso fatiscenti: vecchie baracche utilizzate durante la guerra come campi per prigionieri, oppure strutture in lamiera costruite vicino alle miniere. Mancavano spesso luce, acqua e riscaldamento; i servizi igienici erano all’aperto e condivisi da centinaia di persone. Gli italiani arrivati in Belgio venivano portati direttamente nelle miniere e, dalla paga, venivano trattenuti anche i costi dell’alloggio, degli abiti da lavoro e delle scarpe.

Lino Rota, minatore e soccorritore

Nell’estate del 1948 Lino Rota decise di tentare l’avventura dell’emigrante, seguendo le orme dei genitori. Dopo la selezione a Milano e tre giorni di controlli medici, partì per il Belgio con un contratto di cinque anni nelle miniere di Charleroi. La conoscenza del francese gli permise di fare pochi anni come minatore e poi di diventare capo squadra nella “galleria 6” di Souvret, dove controllava il lavoro dei minatori, i carichi e la risalita del materiale.

Successivamente frequentò in francese un corso per soccorritori. Fu proprio grazie alla sua esperienza che, l’8 agosto 1956, Lino Rota fu tra i primi soccorritori ad arrivare alla miniera Le Bois du Cazier, a Marcinelle.

Quel giorno un incendio sviluppatosi a circa mille metri di profondità provocò la morte di 262 minatori, 136 dei quali italiani. Tra le vittime vi furono anche Assunto Benzoni di Endine GaianoGiuseppe Bontempi di Bienno e Attilio Dassogno di Regoledo di Berbenno, in Valtellina.

“I primi anni non sono stati proprio belli”

Rota conserva ricordi ancora molto vividi di quegli anni. “Sono partito con una vecchia valigia di mio padre, dove mia madre mi aveva messo dentro, in uno straccio, una fetta di polenta e un po’ di stracchino – racconta –. Vagoni piombati fino a Basilea, per evitare che qualcuno scendesse e scappasse in Svizzera. Mesi e mesi in vecchie baracche di ferro, utilizzate fino a qualche anno prima dai prigionieri dei tedeschi”.

E poi le ore trascorse nei cunicoli, la paura delle malattie, la sporcizia, la nostalgia di casa e la tragedia di Marcinelle. “I primi anni non sono stati proprio belli. Ma poi la necessità dello stipendio ha vinto sulle fatiche. E sono rimasto in miniera”.

La famiglia, il ritorno in Italia e Nembro

In Belgio Lino Rota costruì la propria famiglia. La moglie, però, morì a causa di una malattia e da quel momento i suoi rientri in Italia diventarono più frequenti, soprattutto per incontrare i parenti della Valle Imagna. Nel 1988, durante uno di questi viaggi, grazie ad alcuni amici incontrò Mariuccia Abondio. Da allora i due sono rimasti inseparabili. Dopo la pensione tornarono in Italia e nel 1997 si sposarono, costruendo la loro casa in via Lonzo, a Nembro.

Anche Mariuccia aveva vissuto per un periodo in Belgio, seppure per soli quattro anni. Insieme tornarono per qualche tempo nel Paese che aveva segnato la vita di Lino, mantenendo rapporti con una comunità composta da italiani e belgi. Poi arrivò il trasferimento definitivo a Nembro.

La miniera in miniatura per non dimenticare Marcinelle

Il ricordo della vita in miniera, dei sacrifici, delle malattie e soprattutto degli amici morti a Marcinelle non ha mai abbandonato Lino. La sua casa, il garage e la soffitta iniziarono a riempirsi di documenti, volantini, lettere, fotografie e materiali provenienti dalle miniere.

Nel 1994, in località “Prat Berta”, in via Lonzo, davanti alla sua abitazione e sotto lo sperone che sostiene il santuario della Madonna dello Zuccarello, Rota iniziò a costruire una miniera di carbone in miniatura. Per realizzarla recuperò dal Belgio strumenti e attrezzi utilizzati realmente nelle miniere, trasportandoli in Italia durante i suoi viaggi.

L’obiettivo era preciso: mantenere viva la memoria di Marcinelle e far conoscere il sacrificio degli uomini che morirono lavorando nelle miniere.

L’8 agosto 1956, infatti, centinaia di minatori persero la vita per le conseguenze dell’incendio, tra gas, fumo e acqua nelle gallerie profonde mille metri. Una tragedia che a Nembro assume anche un significato particolare perché avvenne nello stesso giorno della festa della Madonna dello Zuccarello, molto cara agli emigranti nembresi.

Il Museo degli emigranti nembresi

Con l’aiuto della moglie Mariuccia, Rota ha trasformato progressivamente quella prima miniera in una vera e propria struttura museale. Oggi il percorso riproduce una miniera di carbone “armata” in legno, come si faceva un tempo, con grossi pali di sostegno e traversine utilizzate anche per “sentire” la roccia: gli scricchiolii del legno potevano infatti segnalare il rischio di frane e smottamenti. Ci sono i binari ferroviari con i carrelli, la tramoggia per il carico e numerosi strumenti di lavoro: perforatrici, frese, picche, martelli, caschi, maschere, lampade a carburo e altri materiali.

A questi si aggiungono fotografie, documenti, attestati, preghiere del minatore, indicazioni e consigli per scendere in miniera e abbigliamento dell’epoca. Ogni anno il museo si arricchisce di nuovi materiali. Rota ha realizzato anche una sezione dedicata all’estrazione delle pietre coti, attività che si svolgeva anche a Nembro, in Valcossera, e che interessò per lungo tempo diversi paesi della Val Seriana.

Il 7 agosto 1999, durante la tradizionale Festa dell’Emigrante, quella che ormai era diventata una vera miniera in miniatura fu inaugurata come “Museo del Minatore”, per ricordare quanti avevano lavorato nelle miniere di mezzo mondo, soprattutto in Francia, Belgio e Germania. Successivamente il museo è stato dedicato a tutti gli emigranti nembresi, assumendo il nome di “Museo degli emigranti nembresi”.

“È sempre stato il mio sogno – racconta Lino Rota – ricreare un ‘luogo del ricordo’, per ringraziare quanti hanno faticato e sofferto lontano da casa, spesso soli, in situazioni difficili, come emigranti”.

La forza per portare avanti il progetto, spiega, è arrivata proprio dai minatori di Charleroi e di Marcinelle, dalla storia dei tanti nembresi emigrati in Belgio e dai ricordi di una vita trascorsa “sui carrelli e nelle gabbie in fondo ai pozzi del ‘pays noir’”.

La Piazzetta dell’Emigrante e la Festa del 7 agosto

In oltre trent’anni di lavoro, la miniera è diventata un museo e quel tratto di via Lonzo è diventato la “Piazzetta dell’Emigrante”. Ogni anno il museo viene visitato da scolaresche e gruppi organizzati. Da 32 anni, inoltre, il 7 agosto, vigilia della festa della Madonna dello Zuccarello, l’associazione “Nembresi nel mondo”, guidata da Lino Rota e Mariuccia Abondio, organizza la Festa dell’Emigrante, in collaborazione con il Comune di Nembro e l’Ufficio Migranti della Diocesi di Bergamo, alla presenza di autorità, associazioni, emigranti ed ex emigranti e con il sostegno dell’Ente Bergamaschi nel Mondo.

La festa è allo stesso tempo un momento d’incontro e di commemorazione. Si comincia con la Messa di suffragio, poi vengono ricordati i minatori morti in miniera, i cosiddetti “gueules noires”, i “musi neri”, chiamati uno per uno per nome, con un rintocco di campana. Segue un momento di raccoglimento insieme alle autorità locali.

La “Baracca del Minatore”

Nel 2025, sempre nell’ottica di potenziare il Museo della Miniera, è stata inaugurata la “Baracca del Minatore”, ricostruzione degli ambienti in cui vivevano i minatori italiani al loro arrivo in Belgio. Il progetto ha richiesto un investimento di circa 30.000 euro, con un contributo di 17.500 euro da parte del Consorzio BIM Bergamo e il sostegno di istituzioni, aziende locali, privati cittadini e figli di emigranti.

La costruzione, situata accanto al Museo della Miniera, raccoglie oggetti della vita quotidiana e strumenti utilizzati dai minatori: un tavolino, sedie, scarponi, la lampada ad acetilene, l’immancabile caffettiera, il secchio del carbone, il letto e una stufa a carbone, chiamata “il rospo”. La stufa, restaurata e portata dal Belgio, è stata donata da Loris Piccolo e Sophie Wasik, rispettivamente di famiglia friulana e polacca, che persero i loro padri nella tragedia di Marcinelle.

Una memoria che unisce Bergamo e il Belgio

Per Carlo Personeni, l’impegno di Lino Rota rappresenta anche un esempio concreto di collaborazione tra le comunità bergamasche e quelle belghe.

“L’Ente Bergamaschi nel Mondo doverosamente ringrazia Lino Rota ed esalta il suo operato – sottolinea Personeni – perché la sua associazione ‘Nembresi nel Mondo’, forte di decine di ex emigranti nembresi e della Val Seriana, ha stretto da oltre vent’anni rapporti di collaborazione con l’Ente Bergamaschi nel Mondo”. Una rete di rapporti che punta a promuovere e valorizzare la conoscenza dell’emigrazione bergamasca, con particolare riferimento al Belgio, e a favorire gli incontri con le realtà delle Fiandre e della Vallonia.

Tra gli esempi citati da Personeni c’è la collaborazione tra l’Ente Bergamaschi nel Mondo, “Nembresi nel Mondo” e l’“Amicale des Mineurs des Charbonnages de Wallonie”, l’associazione dei minatori di carbone della Vallonia, con la presidente Marie Louise De Roeck e il vicepresidente Romano Mariani. Tre realtà impegnate a mantenere viva la memoria del sacrificio degli emigranti italiani nella miniera di Marcinelle.

È proprio nella memoria e nella solidarietà che, secondo Personeni, si trova il significato più profondo della storia di Lino Rota.

“Premiando Lino Rota – conclude il presidente dell’EBM – si esalta un valore proprio dei bergamaschi, la solidarietà. Per lui il lavoro ha acquistato ancora più significato, perché è diventato aiuto, disponibilità, generosità e condivisione: una dimensione che fa parte della nostra identità bergamasca”.

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