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10 DOMANDE ALL'AUTORE

INTERVISTA A GIUSEPPE PANTÒ

Nei mesi scorsi, la casa editrice Rizzoli e il portale letterario 20lines, hanno lanciato in rete un interessante concorso riservato ad autori esordienti. Suddiviso in tre categorie, Romanzo Thriller, Storico […]

Nei mesi scorsi, la casa editrice Rizzoli e il portale letterario 20lines, hanno lanciato in rete un interessante concorso riservato ad autori esordienti. Suddiviso in tre categorie, Romanzo Thriller, Storico e Rosa, prevedeva una prima fase dove i primi dieci autori venivano identificati in base al numero di preferenze ricevute dai lettori degli incipit che potevano esprimere il loro voto attraverso i più popolari social network.

Successivamente toccava al comitato di redazione stabilire chi fra la sporca decina aveva le credenziali per potersi fregiare del titolo di miglior esordiente. Giuseppe Pantò ha vinto nella categoria romanzo storico e il suo “Il cerchio del diavolo” sta riscuotendo il meritato successo che una struttura narrativa ben architettata esige di poter ricevere.

 

Le classiche forme d’arte, scultura, pittura e letteratura sono in costante mutamento. L’astrattismo che è presente dei lavori tridimensionali inizia a fare capolino anche nei romanzi. Non abbiamo più i grandi classici, ma continue pubblicazioni pretestuose che spesso non hanno nulla da dire.

Trovo la tua osservazione molto corretta. Credo che oggi ci siano due forme di letteratura. La prima, molto commerciale, che viene confinata in generi ben definiti: thriller, rosa, fantasy… Mentre la letteratura cosiddetta “alta” forse oggi stenta a ritrovarsi. A volte si rifugia in una realtà di cronaca o di provincia, raccontando storie minime con la pretesa di farle diventare universali. A volte, all’opposto, tende a partire dall’universale, ad annullare completamente i generi, a ergersi a narrazione “superiore”, diventando spesso vuota e incomprensibile.


Vincere un concorso. Cosa ha significato e quale pensi possa essere la tua proiezione futura nel mondo letterario?

Nel mercato editoriale di oggi non ci sono molte strade per accedere alla pubblicazione con un grande editore. I concorsi sono una di queste. Quindi ritengo molto importante essere riuscito a ottenere questo risultato con il mio romanzo di esordio, “Il Cerchio del Diavolo”. Si tratta di un thriller storico che, pur avendo avuto un certo riscontro e giudizi molto positivi dagli addetti ai lavori, ha avuto la possibilità di emergere e di essere pubblicato da Rizzoli, in ebook, solo grazie al concorso BigJump. Certo, si tratta sempre di un punto di partenza e non di un punto di arrivo. Oltre al Cerchio del Diavolo, ho scritto un altro romanzo storico, ma anche un noir e un thriller. Tutti ancora inediti. Spero, dunque, di poter pubblicare ancora qualcosa a breve, magari affrontando anche l’esperienza della carta e della libreria. L’ebook puro, infatti, vive di passaparola, di contatto “intangibile” in un mercato ancora forse un po’ acerbo.


Il Bigjump si basava su un sistema di votazione che permetteva a chi aveva una vasta rete di contatti nei social network di avanzare in classifica. Poi però l’ultima parola è stata data ad una sorta di giuria di qualità che ha sovvertito il giudizio della rete.

A mio parere il sistema di selezione e di giudizio di BigJump è stato progettato in modo innovativo e intelligente. Da una parte, veniva valutato il potenziale di “popolarità” di un autore. Dall’altra, l’ultimo giudizio era basato sul contenuto dell’opera e sul suo valore. Poi, come in tutti i concorsi di questo tipo, si possono aprire piccole falle ed esserci delle polemiche. Ma, nel complesso, penso si possa parlare di un’esperienza avanzata, che ha provato a mettere in contatto il vasto mondo del self publishing con quello dei grandi editori.

Come stanno procedendo i tuoi rapporti con Rizzoli?

Rizzoli, sia in  termini contrattuali che di relazione, ha fatto sentire noi vincitori del BigJump come dei loro autori. Spero davvero che questo tipo di rapporto possa concretizzarsi in nuove opportunità di pubblicazione con altre opere. In ogni caso, è per me molto gratificante che la mia opera abbia vinto il premio di categoria, quello dei romanzi storici, grazie al giudizio professionale dei loro editor.

Il Giuseppe Pantò che ha preceduto lo scrittore che influenze ha avuto a livello letterario, musicale?

Il mio amore per la scrittura è solo una deriva della mia passione per la letteratura e per l’arte in genere. Ho sempre letto tantissimo, sin da piccolo. Il primo romanzo che ho amato e riletto più volte è Robinson Crusoe. Ho una predilezione per la letteratura sudamericana e per quella russa. Borges, Amado, Marquez, così come Dostoevskij, Tolstoj, Bulgakov sono dei punti di riferimento fondamentali, delle pietre miliari nel mio percorso letterario. Per quanto riguarda la musica, cerco sempre di ascoltare di tutto e di tenermi aggiornato su ogni genere. Il sottofondo ideale, in ottica letteraria, per me resta però la musica classica. Mozart, in particolare.

Ad esclusione del tuo romanzo che in fase di revisione avrai riletto decine di volte, quali sono gli ultimi libri che hai letto sino alla fine?

Tra le letture recenti, mi ha colpito molto Stoner di John Williams: uno di quei libri che accendono la scintilla dell’invidia in uno scrittore. Insomma, è un libro che avrei voluto scrivere io. Tra gli altri libri letti negli ultimi mesi posso citare: La vita umana sul pianeta terra di Giuseppe Genna, Il Cardellino di Donna Tartt, L’incolore Tazaki Tsukuru di Murakami. Sul mio ebook reader, invece, tra le prossime letture ci sono I giorni dell’eternità di Ken Follett e Volevo tutto di Andrea Gentile.

 

E nell’immaginaria isola sperduta nell’oceano quale sarebbe l’unico libro che vorresti avere con te?

Beh, il libro più logico, per le preferenze descritte prima, non può che essere Robinson Crusoe. Un altro libro che ho davvero amato tanto è Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Se ne possono portare due? 


In Italia non si vive di scrittura. Pochissimi riescono a mantenersi con le proprie pubblicazioni. 

Verissimo. Ormai gli scrittori che vivono della loro arte in Italia si possono contare sulle dita di una mano. Oltre al fatto che si legge sempre meno, soprattutto tra le nuove generazioni, bisogna considerare che il mercato è profondamente cambiato. A mio parere, nei prossimi anni si potrebbe addirittura arrivare a una ridefinizione del concetto di autore. L’autore sarà sempre più un’entità rarefatta o un personaggio noto. La letteratura potrebbe vivere in uno streaming di contenuti poco differenziati, governato da pochi monopolisti. Può sembrare una visione apocalittica, ma purtroppo oggi in Italia manca una visione dell’industria editoriale, manca un programma di sviluppo e coinvolgimento che parta dalle scuole e che arrivi a tutte le fasce d’età. Manca, nel complesso, il sostegno al valore della cultura come elemento di crescita individuale e collettivo. In un incontro recente, Dacia Maraini testimoniava di essere stata la scorsa estate a un festival della poesia in Colombia, a Medellin. Lì, in un Paese penalizzato da delinquenza e analfabetismo, duemila persone, raccolte in un anfiteatro, ascoltavano con passione i poeti che leggevano i loro versi. Allora, considerando cos’era l’Italia, ovvero uno dei Paesi storicamente più rilevanti nella produzione letteraria mondiale, mi chiedo davvero come ci siamo ridotti.

Eppure in migliaia scrivono. Le librerie sono stracolme di titoli e non si vedono mai file fuori dalle loro vetrine, nemmeno in periodo di saldo.

Ecco, io credo che questo gap tra quantità di persone che scrivono e persone che leggono (con le dovute proporzioni) sia davvero una follia tutta tipicamente italiana. Per altro, chi scrive e non riesce a pubblicare manifesta spesso un’insana gelosia nei confronti di chi invece ce l’ha fatta. Per questo compra pochi libri (e pochissimi di autori italiani) non rendendosi conto di danneggiare l’intera industria editoriale, soffocando così anche la propria ambizione letteraria. E’ vero che le librerie sono stracolme di titoli. Ma a breve ce ne saranno sempre di meno. Gli editori hanno iniziato a tagliare pesantemente la produzione, soprattutto quella cartacea. Il rischio dietro l’angolo, insomma, è che pubblicare in modo tradizionale, su carta e con un grande editore, potrebbe diventare ancora di più, e sempre di più, un fatto elitario.

 

A cura di Wiliam Amighetti

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