Quando gli eventi evolvono, spesso li si presenta dicendo che “è il nuovo che avanza”. Se tale assioma venisse utilizzato in letteratura, allora lo assoggetteremmo al nuovo romanzo di Marco Missiroli, “Atti osceni in luogo privato” estendendolo poi anche all’autore. una voce decisamente nuova, capace di parlare di labbra e morsi senza dover per forza creare personaggi anemici e vampireschi e restauratore di una sessualità che ci riporta alla normalità e al nostro deja vù senza bisogno di acquistare lacci, frustini o altri oggetti improbabili nel menage a deux che ci caratterizza.

 

 

Come nasce il progetto del tuo ultimo romanzo?

Potrei dire che è una sorta di liberazione dagli schemi letterari che avevo seguito in precedenza. Sentivo il desiderio di pormi in maniera nuova davanti ai miei lettori, trattando temi forti senza dover necessariamente essere volgare

La Francia riacquista una dimensione umana attraverso il tuo romanzo. Le ultime cronache la rendevano simile ad un luogo prebellico. Tu le restituisci tutto il fascino che l’ha sempre contraddistinta.

Giusto. È sempre stata la terra dove cultura, senso civico e libertà riuscivano a crescere. Ultimamente l’immagine che veniva proposta era distorta. La Francia è stata la patria di Camus e di Sartre, la patria di un pensiero liberale e mi fa piacere che il mio romanzo riallinei dei concetti che si erano sparpagliati

E riporti sui giusti binari l’immagine del sesso giovanile. Offuscata da continue sfumature e riabilitata con il tuo romanzo che ci ricorda quanto sia normale il desiderio di sessualità.

La sessualità è insita in ognuno di noi. Non abbiamo bisogno di trattati che ci spieghino come affrontarla. Ultimamente mi sembra che ci sia una rincorsa morbosa verso una componente della nostra vita che invece dovrebbe essere rappresentata dalla normalità. Il mio romanzo descrive una componente del sesso da un punto di vista maschile e cerca di fare capire alle lettrici che cosa passa nella testa di un uomo.

Chi è Libero?

In parte sono io. C’è il mio vissuto nella costruzione del personaggio. In parte è anche la trasposizione di mio nonno. Un uomo molto intelligente. Un contadino che non ha mai potuto dire di essere veramente libero, come invece il suo nome di battesimo gli augurava di poter diventare.

Spesso nelle stanze d’albergo si trova una copia della Bibbia. Se tu potessi aggiungere un testo, su quale ricadrebbe la scelta?

Ne metterei almeno due, facendo cadere la mia scelta su Favole al telefono di Gianni Rodari e Il deserto dei Tartari di Buzzati (citato per la terza volta in questa rubrica ndr.)

Quali sono stati i tuoi romanzi di formazione?

Qui ci sarebbe bisogno di una pagina intera. Comunque evidenzio ancora Buzzati, poi Fontamara di Ignazio Silone, Ti prendo e ti porto via di Niccolo Ammanniti piuttosto che Il commesso di Malamud Bernard o Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore di Raymond Carver.

Da più parti, oggi, si rafforza la voce che nel nostro paese si legge troppo poco.

Purtroppo è vero. Bisognerebbe sforzarsi di pubblicare dei romanzi non solo perché vendono o per moda tematica. E poi bisognerebbe fare un gran lavoro sulle scuole… con libri da adottare che entrino, come un “cavallo di troia”.

Nello stesso momento si scrive moltissimo. Sembra quasi che i nostri connazionali siano spinti da una sorta di urgenza comunicativa. Ognuno deve dire qualche cosa. Poi però nessuno legge ciò che altri hanno scritto..

Spesso c’è solo la produzione e non il punto di vista del lettore. Io scrivo e nello stesso tempo leggo moltissimo. Un cuoco cucina per capacità e per il piacere di proporre le sue idee, ma non dimentica mai di assaggiare anche ciò che altri propongono. Ecco, dovremmo iniziare in primis noi “addetti ai lavori” a far ripartire il volano dell’editoria.

Anche l’editoria a mio giudizio non si pone nel migliore dei modi. Le case editrici non rispondono. I concorsi arrivano quasi ad annunciare il nome del vincitore ancor prima dell’inizio della fase finale

Qui servirebbe un’altra pagina intera. Un romanzo, però, se è veramente buono, deve avere la possibilità di emergere. E spesso ce la fa. La pubblicità spesso indirizza i lettori su testi che poi vengono dimenticati velocemente ma che sono fruibili sul momento, e questo, alla fine, contribuisce ad allontanare i potenziali lettori da pubblicazioni che invece meriterebbero il loro sostegno.

Ci avviciniamo al Salone del Libro. Che cosa può rappresentare oggi un evento di questo tipo per la cultura nazionale?

Personalmente a me il Salone piace. Puoi incontrare gli autori, comperare un libro e magari fartelo anche autografare. Vedi gente che crede ancora nella letteratura, nei libri. Insomma, per uno scrittore, soprattutto per un lettore, è un luogo che deve essere visitato.

Ci sono poi le scuole di scrittura. In molti ritengono che questa sia la strada giusta da seguire se si vuole salire nell’olimpo degli autori affermati. La tua esperienza invece non pare essere stata positiva.

E invece adesso ci insegno. Il punto è che devi essere coerente con te stesso e con le aspettative di coloro che diventano i tuoi allievi. Se uno ha del talento è bello poterlo aiutare a crescere. Diversamente bisogna sedersi e discutere del fatto che ci possono essere dei limiti e non è di certo frequentando una scuola che questi possono essere superati. Integrati sì, e spesso con grandi risultati.

 

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A cura di Wiliam Amighetti

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