“Avvento dello scrittore”: rubrica che anticipa il Natale con un pensiero di pace, o un augurio di speranza, firmato dagli autori che ci hanno già regalato un intervista o a cui abbiamo dedicato una recensione nella sezione cultura del nostro giornale.

 

 

SANTA LUCIA

(Ricordi di un bambino degli Anni Cinquanta sulle montagne bergamasche, Altopiano di Selvino Aviatico, borgata di Amora Bassa)

A cura di Aurora Cantini (sulla base di una testimonianza vera)

 

La mattina di Santa Lucia, “Santa Lösséa” in bergamasco, accanto all’urna di vetro della Maria Bambina Nascente (dono di nozze ricevuto da mia mamma Elisa, come tutte le spose del tempo) accanto alla quale la sera prima erano stati deposti una ciotola d’acqua e una manciata di fieno e “miscèla” – la farina data alle mucche- per l’asinello, noi bambini scoprivamo i doni: quaderni, matite, oppure i “basì”, caramelline zuccherate che venivano trovate anche sparse sulle scale, come fossero state davvero dimenticate dalla Santa.

La sua notte “l’è la piö lónga che ghe séa” è la più lunga che ci sia,  perché fino al XIV° secolo e prima della Riforma del calendario attuata nel 1562 da Papa Gregorio, il 13 dicembre coincideva con il solstizio d’inverno, quindi una notte lunga, come la trepida attesa che tiene svegli fino a tardi i bambini di ogni generazione, nella sofferenza di resistere al sonno e alla tentazione di spiare la Santa che giunge con “l’asnì”, l’asinello.

L’ultima Santa Lucia è arrivata quando ero in quarta elementare e consisteva nel mio primo camioncino di plastica gialla, bellissimo. Non potevo credere ai miei occhi. Lo rimiravo e lo rimiravo estasiato senza parole, a lungo incredulo che davvero la Santa si fosse ricordata anche di me, piccolo bambino di montagna, abituato solo ad andare su e giù lungo le mulattiere, tra la casa, la stalla e i campi.

Mia sorella invece ricevette una bacchetta di legno dipinta d’argento: per lei fu un enorme dolore scoprire che probabilmente non si era comportata correttamente. Ma anche quello strano dono era meraviglioso, brillante, luccicante. Alla fine, invece di rimanerci male, mia sorella lo usava come spada, come scettro, come bandiera, e ne era orgogliosa.

Più tardi però, durante una delle solite sere in cui si recitava il rosario, ed io per non cadere addormentato inseguivo le ombre con gli occhi  o le faville nel camino, notai che l’argento della bacchetta era lo stesso usato per ridipingere ad ogni primavera le canne della stufa in cucina. Solo che il colore della bacchetta di mia sorella era più nuovo, non scurito dal fumo.

Anche per il giocattolo trovai una spiegazione: le mie sorelle cominciavano a lavorare agli Honegger di Albino e probabilmente l’avevano osservato in una vetrina del “Risöl” già da alcuni mesi. Avevo scoperto il mistero.

L’anno successivo mi alzai impaziente e ciabattai fino alla camera Bella tra il “barbèlà de frècc”, il tremare di freddo, ma vicino all’urna non c’era nulla: avevano capito che io sapevo.

Scesi da basso e ritto nel mio corto pigiama di flanella, soffocando il groppo in gola che rischiava di sommergermi, esclamai alle donne indaffarate in cucina: “Me adès ‘ndò a servì mèsa. (Io adesso vado a servire messa) Quando torno voglio trovare i miei doni”.

Ancora oggi rivedo gli occhi azzurri pieni di dispiacere di mia madre, muta davanti a me, le sue mani screpolate che serravano tremanti la “bigaröla”, il grembiule. Al ritorno dalla chiesa trovai alcuni mandarini, due arance, qualche noce, ma per me l’infanzia era finita.

 

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