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Cronaca, La Valle nel VIRUS Val Seriana

Lunelli sulla mancata zona rossa in Val Seriana: “Evoluzione del focolaio prevedibile ma non si chiuse”

Lunelli sulla mancata zona rossa in Val Seriana: "Evoluzione del focolaio già prevedibile il 27 febbraio 2020". Ma si chiuse solo il 23 marzo 2020

Torna il tema della mancata zona rossa in bassa Val Seriana: mentre in Procura a Bergamo si attende la consulenza di Andrea Crisanti che dovrà rispondere anche al quesito della zona rossa mai attuata nei comuni di Nembro e Alzano Lombardo, Pierpaolo Lunelli, generale dell’esercito in pensione e direttore della scuola interforze per la difesa nucleare, biologica e chimica, ha presentato oggi alla stampa la sua analisi relativamente all’alta mortalità nella provincia più colpita d’Italia. L’occasione è stata la conferenza stampa dei legali dei parenti delle vittime che hanno comunicato novità riguardanti proprio la Val Seriana, tra queste il lavoro di Lunelli.

Per dovere di cronaca bisogna ricordare che la provincia di Bergamo ha subìto, secondo l’ISTAT, un tasso di mortalità di circa 5600 decessi per milione di abitanti, tra vittime dirette ed indirette. Lunelli, dopo il suo primo dossier sul Covid che ha posto l’attenzione sugli inadempimenti dal punto di vista normativo e della preparazione, in questo nuovo lavoro cerca di investigare sulle cause della strage bergamasca che l’ISTAT definisce una terza guerra mondiale. La domanda è la più semplice quanto spietata e scomoda. Domanda che l’opinione pubblica si pone ormai da un anno e mezzo: “Cosa sarebbe cambiato se la bassa Val Seriana fosse stata dichiarata zona rossa entro il 3 marzo 2020, come le due già in atto nel Lodigiano e a Vò Euganeo?” 

Impreparazione e interessi economici alla base della mancata zona rossa in Val Seriana

“Dall’analisi – spiega Lunelli – emergono due elementi salienti. Innanzitutto la carente preparazione del Ministero della salute. In secondo luogo, la contesa tra il mondo scientifico, che aveva intravisto il grave pericolo, e il mondo economico”.

Scorrendo il dossier, ricostruita la cronistoria dell’arrivo del Covid-19 in Italia, partendo dal 31 gennaio quando, a seguito della dichiarazione dell’OMS di un’emergenza sanitaria ad impatto internazionale, il Governo italiano dichiarò lo Stato di emergenza nazionale, l’attenzione si concentra poi sul 21 febbraio, quando vennero scoperti i primi due focolai a Codogno e Vò e sul 23 febbraio, quando vennero accertati i primi casi positivi in bergamasca.

Com’è risaputo le due zone sopra citate vennero subito messe in zona rossa ma in Veneto accadde qualcosa di più, che poteva cambiare le sorti della bergamasca. Proprio Crisanti, allora consulente del governatore Zaia, facendo tamponi a tappeto a tutti i residenti scoprì e rese noto il suo lavoro, permettendo così (il 27 febbraio) di avere un primo studio in itinere di quanto stava accadendo presumibilmente anche negli altri focolai.

Risultati del test a tappeto su Vò e il ruolo degli asintomatici

Il 27 febbraio la Regione Veneto pubblica sul suo sito i risultati del campionamento: il 3% della popolazione è stato contagiato e il 40% è asintomatico ma positivo al test e quindi in grado di contagiare altri. Quando Crisanti darà il via al secondo giro di test a tappeto, il 7 marzo, si riscontra l’avvenuto contenimento dell’epidemia. I risultati sono resi noti al Ministero della salute. Sono la prova evidente che la combinazione di quarantena e screening di massa costituiscono premessa essenziale per riuscire a spegnere focolai epidemici prima che diventino pandemici. Il 40% di asintomatici sembrava essere un affare di poco conto, ma era forse l’origine del problema: «Gli asintomatici sono stati inizialmente ignorati, diciamo fino a tutto marzo, e poi marginalizzati come oggetti da ricercare e recintare», ricorda Crisanti. Sappiamo che, in un verbale del CTS dell’ultima settimana di febbraio, «si raccomanda di non effettuare test per cercare contatti asintomatici perché in questo modo si crea confusione e allarmismo».

La gravità di quel momento dunque era illustrata dal lavoro di Crisanti: “Queste informazioni – continua Lunelli – consentivano il 27 febbraio di formulare proiezioni sulla consistenza e pericolosità di altri focolai, come quello della bassa Val Seriana e di Orzinuovi. Certo, si sarebbe trattato di proiezioni non proprio precise sotto il profilo statistico, ma comunque utili anche soltanto per stimare l’ordine di grandezza di un possibile scenario utilizzando semplici calcoli da scuola media superiore”.

L’evoluzione del focolaio bergamasco già prevedibile il 27 febbraio

Mettendo i dati in una tabella che riporta la proiezione dei dati di contagio di Vo Euganeo (3% già contagiati il 27 feb., 40% di asintomatici) sui comuni della bassa Val Seriana, si poteva capire l’ordine di grandezza della possibile evoluzione del focolaio epidemico in una pandemia. “Questa proiezione, sebbene non statisticamente precisa, riesce a definire un chiaro trend – commenta Lunelli -. Trend che, se analizzato, avrebbe permesso di capire la gravità della situazione e di predisporre immediatamente le misure di contenimento quali la zona rossa”.

Ma, mentre in Veneto e nel lodigiano, il focolaio cominciava a decrescere, in bergamasca si erano create tutte le condizioni per l’imminente catastrofe che portò non solo all’alto tasso di mortalità (nel mese di marzo 2020 anche del 1000% come a Nembro e nei comuni limitrofi) ma anche al collasso del sistema ospedaliero e della medicina del territorio. A questo proposito basta pensare che, non solo non venne istituita subìto una zona rossa, ma che le attività produttive e i comuni vennero chiusi il 23 marzo 2020, in ritardo di un mese sulla scoperta dei primi positivi.

Pe approfondire sulle mancate decisioni che non hanno chiuso la Val Seriana potete leggere questo approfondimento “Zona rossa a Nembro e Alzano, il Decreto c’era ma Conte non lo firmò“. Le conclusioni di Lunelli sono ovviamente amare: “La procrastinazione, il rinvio delle decisioni, la tergiversazione sono state le cause principali di questa emergenza che si è rivelata una catastrofe. Il malvezzo del rinviare è una caratteristica della politica e degli apparati burocratici che preferiscono non decidere o, se possibile, passare il cerino acceso a qualcun altro. Quello che dimostra questo lavoro è che il 3 marzo era comunque già tardi per chiudere. E oggi non c’è dubbio, se si fosse chiuso prima non ci saremmo trovati davanti a questa strage”.

Gessica Costanzo

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