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Cronaca, La Valle nel VIRUS Bergamo

Zona rossa a Nembro e Alzano, il Decreto c’era ma Conte non lo firmò

Agli atti dalla Procura di Bergamo il Decreto "fantasma" che il 5 marzo doveva chiudere Nembro e Alzano ma che Conte non firmò e di cui nessun rappresentate politico ha mai parlato. Poco dopo i militari arrivarono a Bergamo ma non entrarono mai in azione

Dopo la notizia della decisione del Consiglio di Stato sul ricorso presentato dal Ministero dell’Interno relativo alla sentenza del Tar che aveva stabilito la desecretazione dei documenti relativi alla mancata zona rossa di Nembro e Alzano, l’attenzione è tornata su questo spinoso tema che da 16 mesi attanaglia i cittadini della Valle Seriana e interessa l’opinione pubblica.

Se il Consiglio di Stato ha dato ragione al Ministero dell’Interno non rendendo pubblici gli atti che hanno deciso le sorti di quelle comunità, oggi noi siamo in grado di mostravi la bozza integrale del Decreto che doveva chiudere i due comuni della bassa Valle, a pochi chilometri dalla città di Bergamo. Il documento, agli atti della Procura di Bergamo che indaga anche sulla mancata zona rossa, è stato mostrato per la prima volta in tv nella puntata del 4 giugno di Tv7 su Rai1 a firma di Stefania Battistini. Venne firmato il 5 marzo dal Ministro della Salute Roberto Speranza ma non dall’allora premier Giuseppe Conte. Come mai? Prima di cercare di dare una risposta a questo interrogativo è doveroso fare un passo indietro e cercare di ricostruire i tasselli emersi finora.

La storia della mancata zona rossa a Nembro e Alzano

Com’è risaputo, nella notte tra il 20 e il 21 febbraio 2020 all’ospedale di Codogno (provincia di Lodi), contravvenendo ai protocolli che prevedevano di tamponare solo i soggetti che avevano un legame con la Cina, venne scoperto il primo paziente certificato affetto da Covid-19 in Italia. Si trattava di Mattia Maestri, 38enne che dopo un lungo ricovero, fortunatamente sopravviverà. Mentre l’ospedale veniva chiuso, sanificato e tutte le persone venivano tracciate, le autorità sanitarie cercavano di capire il perché della sua positività. E cercavano di ricostruire i contatti di Maestri. Subito quel giorno la provincia di Lodi piombò nell’incubo: nella giornata del 21 febbraio il Ministro Speranza e il Governatore di Regione Lombardia firmarono un’ordinanza (che potete leggere di seguito) che di fatto anticipava la prima zona rossa d’Italia che sarebbe stata istituita poche ore dopo entrando in vigore domenica 23 febbraio.

Cosa accadde in Val Seriana

Domenica 23 febbraio era la domenica di Carnevale, domenica in cui arrivarono all’ospedale di Alzano Lombardo gli esiti dei tamponi effettuati nella notte su Ernesto Ravelli (prima vittima bergamasca ufficiale di Covid-19) e Alfredo Criserà. Nel pomeriggio la fuga di notizie con un post su Facebook e nelle chat di WhatsApp e la sera la conferma delle istituzioni: il Covid-19 era in bergamasca. Ad Alzano Lombardo però avvenne qualcosa di molto diverso da Codogno: l‘ospedale non venne completamente sanificato e venne riaperto la sera stessa lasciando andare a casa parenti e dipendenti. Per la gestione di questo presidio dell’ASST Bergamo Est sono indagate 5 persone. Oltre a ciò, inoltre, non vennero prese subito misure di contenimento.

La prima domanda da farsi dunque è, perché Speranza e Fontana non adottarono le stesse misure adottate solo poche ore prima in un territorio distante meno di 100 km? E perché si iniziò a parlare di zona rossa a Nembro e Alzano Lombardo solo a inizio marzo, cioè una settimana dopo quando evidentemente la situazione era già fuori controllo?

Con un solo caso si poteva istituire zona rossa

A questo proposito va ricordato che il Decreto Legge con cui si chiusero i 10 comuni del lodigiano e Vò in Veneto stabiliva che bastava un solo caso di positività per comune per istituire una zona rossa. Dunque, gli strumenti c’erano, è risaputo ed è giusto precisare che potevano essere adottati da qualsiasi forza politica quale: Comune, Regione o Stato.

Sta di fatto che dai comuni della bassa Valle non partì alcuna richiesta. I sindaci infatti si sono sempre dichiarati “in attesa” di quella decisione da parte forze politiche maggiori. Per Alzano inoltre, con un accesso agli atti del gruppo di minoranza Alzano Viva, si ha la certezza che dal Comune guidato dal sindaco Camillo Bertocchi non sia partita alcuna comunicazione ufficiale. Come se l’ipotesi zona rossa sulla carta non sia mai esistita. Così com’è stato nella realtà.

Regione Lombardia non chiese la zona rossa per Nembro e Alzano

Quindi, mentre in comuni aspettavano, cosa stava facendo Regione Lombardia che aveva sotto mano i dati reali e più aggiornati da passare a Roma? Anche qui, stando alle prove documentali emerse fino ad ora nessuno dalla Regione chiese misure più stringenti per la bergamasca. Lo fecero, a parole, come detto da loro in diverse interviste e interventi, sia l’allora assessore al Welfare Giulo Gallera che il presidente Attilio Fontana. Ma di scritto – ad oggi – non è emersa alcuna richiesta. E in politica si sa, carta canta.

E sì che a Milano sapevano benissimo il rischio che stava correndo Bergamo grazie agli scenari Merler del 28 febbraio, ma nessuno fece nulla. Anzi, ancora in quei giorni il tema era: “Bergamo e la bassa Valle Seriana non sono un focolaio”. Così dichiarava ATS Bergamo il 27 febbraio: “Basta titoli fuorvianti, nessuna zona rossa in bergamasca”.

Conte si prese tempo e nessuno si prese la responsabilità di chiudere

Non sono esenti dalla ricostruzione neppure il Cts e l’Iss che a inizio marzo certamente sapevano della gravità della situazione. Più precisamente la prima mappa epidemiologica della Lombardia venne inviata all’Iss tra il 2 e il 3 marzo. Proprio il 2 marzo il Cts informò il premier Conte sulla necessità di estendere le misure contenitive anche ai due comuni bergamaschi. A rivelare questo episodio inedito, e informale, è stata Francesca Nava su Domani.

Conte dunque, non solo venne a sapere prima del focolaio di Nembro e Alzano (e non il 5 marzo come dichiarò ai magistrati bergamaschi secondo indiscrezioni pubblicate sul Corriere della Sera) ma si prese del tempo per decidere. Tempo prezioso che, nonostante l’indicazione finalmente scritta del 3 marzo del Cts di chiudere i due comuni, si protrasse, oggi possiamo dirlo, fino al 5 marzo. Quel giorno il Ministro della Salute Roberto Speranza firmò il Decreto “fantasma” che vedete qui sotto. Mentre Conte non lo firmò.

«Ritenuto, pertanto, di estendere le misure di contenimento del contagio di cui all’articolo 1 del Presidente del Consiglio del 1° marzo (il rinnovo dei divieti a Codogno, ndr) anche ai Comuni di Alzano e Nembro…» si legge nel documento. Era fatta. Nelle stesse ore dal ministero dell’Interno erano partiti i radiomessaggi per mobilitare le forze dell’ordine verso la Val Seriana: «Pregasi porre a disposizione questore di Bergamo, dal giorno 6 et fino al 20 marzo, salvo proroghe, rinforzo nr. 100 carabinieri» era una delle disposizioni. Ma non accadde mai nulla di tutto ciò. I militari si fermano negli alberghi dell’hinterland di Bergamo per poi rientrare senza essere entrati in azione.

Mancate decisioni che potrebbero essere colpe

A predominare dunque, ancora evidentemente la scelta di temporeggiare in attesa di chiudere tutta la Lombardia l’8 marzo. I focolai erano ormai numerosi ed estesi ma la situazione più grave, in termini di mortalità, tocco proprio a quelle comunità mai isolate. + 937% di morti ad Alzano Lombardo nel marzo 2020 (83 morti contro gli 8 del 2019), + 1000% a Nembro (121 morti contro gli 11 del 2019). Intere generazioni spazzate vie. Così come nei comuni limitrofi, dove il virus arrivò qualche settimana dopo proprio perché lasciato circolare. E se non bastasse a rendere idea della strage bergamasca riportiamo il dato nazionale. Se in Italia a marzo 2020 la mortalità è stata del +49,4 %, a Bergamo(la provincia più colpita) si è registrato un + 568%.

Ed è proprio su questa che la magistratura vuole fare luce: non aver subito cinturato i due comuni ha contribuito alla diffusione del virus e all’alta mortalità? Intanto, mentre l’inchiesta della Procura di Bergamo va avanti, i familiari delle vittime hanno intrapreso una causa civile proprio contro Governo, Ministero della Salute e Regione Lombardia. A loro chiedono di essere risarciti per le mancanze subite, tra cui il non tempestivo intervento in bergamasca.

Gessica Costanzo

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