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Cronaca, La Valle nel VIRUS

Indagine Covid: Cajazzo ancora in Procura. Attesa la consulenza di Crisanti

L'ex dg della Regione Lombardia ancora davanti ai magistrati. Venerdì attesa la consulenza di Crisanti

Il lavoro d’indagine della Procura di Bergamo non si è fermato neanche in questi primi giorni di gennaio 2022, a quasi due anni dalla strage che travolse la Val Seriana e la bergamasca durante la prima ondata della pandemia da Covid-19 e a quasi due anni dall’apertura della stessa indagine. Ieri è stato sentito per diverse ore l’ex direttore generale del Welfare lombardo Luigi Cajazzo, indagato dalla primavera 2020 per epidemia colposa riguardo alla gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo. Assistito dai suoi avvocati, era stato proprio lui a chiedere di essere risentito. I fatti contestati a Cajazzo dal Procuratore Aggiunto titolare dell’inchiesta, la dottoressa Maria Cristina Rota, riguardano il 23 febbraio 2020 quando l’ospedale della bassa Valle Seriana, alla scoperta di due pazienti infetti da Covid-19, venne chiuso e riaperto dopo poche ore proprio per decisione della dirigenza regionale.

Ieri è stata anche l’occasione per chiarire alcuni nodi sulla mancata zona rossa in bassa Valle Seriana. “Il mio assistito ha confermato di essere sempre stato a favore di ogni misura utile per contenere il virus — ha commentato al Corriere Bergamo dopo l’audizione in Procura il suo avvocato Fabrizio Ventimiglia —. Ne parlò con tutti a livello istituzionale e tutti erano d’accordo. Ovviamente il quadro era in continua evoluzione e non facile da mettere a fuoco. Luigi Cajazzo stava lavorando su più fronti”. 

Insieme all’ex direttore generale per la gestione dell’ospedale di Alzano Lombardo sono indagati i suoi vice di allora Paolo Salmoiraghi e Aida Andreassi, il direttore generale dell’Asst Bergamo Est Francesco Locati e l’ex direttore sanitario Roberto Cosentina, andato nel frattempo in pensione. L’imponente inchiesta, che ha comportato quasi due anni di lavoro con centinaia di audizioni e migliaia di file e documenti analizzati, riguarda anche la questione del piano pandemico non aggiornato e non applicato. Ora manca la consulenza di Andrea Crisanti che sarà depositata venerdì.

“Non c’è stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano”

Quella della mancata zona rossa in bassa Valle Seriana, dopo il rimpallo di responsabilità tra Governo e Regione, è una questione aperta ancora oggi. Proprio ieri AGI ha diffuso la seguente nota stampa. “Non c’è stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano”.Lo scrivono i legali del Ministero dell’Interno rispondendo alla richiesta del Consiglio di Stato di spiegare perché non voglia rendere pubblici gli atti sulla base dei quali 400 uomini e donne, tra carabinieri, polizia, guardia di finanza ed esercito, vennero inviati nella Bassa Bergmasca il 5 marzo 2020 e poi ritirati 3 giorni dopo, determinando la mancata ‘zona rossa’ in anticipo sul lockdown nazionale.

Il documento rientra nell’ambito di un complesso iter cominciato due anni fa dall’AGI con una richiesta di accesso agli atti al Ministero per potere consultare queste carte su un tema che è al centro anche dell’indagine della Procura di Bergamo perché la mancata ‘chiusura’ potrebbe avere aggravato la situazione in uno dei primi focolai del Covid più aggressivi al mondo.Poco più di un mese fa, i giudici avevano chiesto al Ministero di rendere documentati chiarimenti entro 30 giorni” sulle ragioni che giustificavano il ‘no’. Svelare questi aspetti costringerebbe l’amministrazione “a ostendere l’intero piano d’impiego del contingente militare sul territorio nazionale, non essendoci stato alcun atto governativo specifico di impiego delle forze militari nelle zone di Nembro e Alzano. E ove pure ci fosse stato uno specifico atto governativo – si legge nella memoria del Ministero dell’Interno – non certamente tale atto avrebbe potuto disporre dell’impiego operativo dei contingenti militari assegnati, essendo tale impiego rimesso alle complesse procedure delineate per l’adozione del decreto del ministero dell’Interno e del ministero della Difesa”.Non rendere noti questi documenti viene incontro alla “necessità di evitare un pregiudizio concreto e attuale alla tutela degli interessi pubblici”.

Tra i riferimenti citati dal Ministero quelli relativi al quadro normativo sull’operazione ‘Strade sicure’ per il “contrasto alla criminalità e al terrorismo attraverso l’impiego di un contingente di personale militare delle forze dell’ordine”. Il primo ‘no’ del Ministero all’AGI era arrivato il 6 novembre del 2020. Si negavano “gli atti inerenti l’impiego e il ritiro dei militari nelle zone dei Comuni di Nembro e Alzano” richiamandosi alle “cause di esclusione” previste dalla legge cioè “la sicurezza e l’ordine pubblico”, la “sicurezza nazionale”, “la difesa e le questioni militari”, “la conduzione dei reati e il loro perseguimento”.Il Tar, a cui l’AGI si era rivolta attraverso un ricorso scritto dall’avvocato Gianluca Castagnino, aveva però respinto la tesi del Ministero sottolineando che l’accesso civico “è finalizzato a favorire forme di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche”.Secondo i giudici Francesco Arzillo e Daniele Bongiovanni, rendere pubbliche le carte non avrebbe comportato nessun pericolo perché “la richiesta è stata formulata nel settembre 2020 quando la questione della ‘chiusura’ delle aree era superata da tempo”, “si tratta di un’attività di impiego di militari in un ambito toponomastico e temporale circoscritto e non si inquadra in un contesto più ampio finalizzato alle modalità di contrasto al crimine e di tutela della sicurezza pubblica, tanto che una loro divulgazione vanificherebbe la strategia individuata dalle forze di polizia” e lo stesso procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani, aveva assicurato che non sono atti coperti da segreto.

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