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Atalanta, la stagione di Palladino vale più di quanto dica la classifica
Niente Champions, ma conti in ordine e un ritmo da Europa che parla chiaro: la prima annata di Raffaele Palladino sulla panchina dell’Atalanta si chiude con un bilancio che a Bergamo, dopo la sbornia gasperiniana, in molti non si aspettavano così solido.
I numeri delle prime 30 di Palladino
Le cifre raccontano una stagione tutt’altro che fallimentare. Nelle prime 30 partite di campionato la Dea targata Palladino ha messo insieme 16 vittorie, 5 pareggi e 9 sconfitte (alcune davvero senza logica): un ruolino che, proiettato sulle 38 giornate, restituisce un ritmo da zona Champions League. Il piazzamento finale racconterà un’altra storia, perché alcuni passi falsi nei testa-a-testa diretti hanno pesato, ma la base costruita dal tecnico campano nelle settimane a Zingonia è solida. Non era scontato: ereditare la Dea di Gasperini, nove anni di rivoluzione tattica e identità marcata, era forse il banco di prova più impegnativo del campionato.
Il bilancio economico: zero perdite e 60 milioni dalle cessioni
C’è poi l’altra faccia della medaglia, quella che a Bergamo conta forse quanto i risultati sportivi. La stagione si chiude con zero perdite a bilancio e circa 60 milioni di euro incassati dalle cessioni: numeri che, a Champions League non centrata, rivalutano in modo netto un’annata che la piazza era pronta a bocciare. La Dea di Percassi conferma il modello che da anni la rende un caso studio in Serie A: produrre talento, valorizzarlo, monetizzare senza intaccare la competitività.
Il confronto con l’era Gasperini
Il vero termine di paragone, inevitabile, resta Gasperini. Una caratteristica peculiare dell’Atalanta del Gasp era il ruolino di marcia quasi inarrestabile nella seconda parte di stagione: girone di ritorno da rullo compressore, partite con avversari di metà classifica che diventavano formalità. Negli anni di Gasperini, a questo punto della stagione, spesso non c’era nemmeno bisogno di controllare le quotazioni prima di puntare: l’inerzia bergamasca era tale da rendere i nerazzurri favoritissimi in qualsiasi confronto. Palladino, in parte, ha ereditato anche quella capacità di spingere nella parte finale del torneo (il dato delle 16 vittorie nelle prime 30 ne è la prova) ma il margine di crescita sull’ultimo terzo di campionato c’è ed è il primo cantiere su cui lavorare.
Cosa aspettarsi dal secondo anno
Il secondo anno è quello dei verdetti veri. Palladino ha consegnato alla società un’Atalanta più giovane, economicamente sanissima e con un’identità tattica nuova ancora in fase di assestamento. Bergamo, terra di lavoro e di pazienza calcistica, sembra disposta a concedergli il tempo che merita. Le premesse, numeri alla mano, ci sono tutte.
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