Aurora Cantini è un’insegnante di scuola primaria, poetessa e narratrice di storie create sul selciato o ascoltando i suoni del bosco già da bambina, vive a cavallo tra la Valle Seriana e la Valle Brembana. Non ha seguito corsi di scrittura, non ha un mentore, tutto è puramente e orgogliosamente autodidatta.

Nel suo sangue scorre l’eredità della gente di montagna, muratori, emigranti, contadini, nessun aggancio, nessun appoggio, nessun salotto bene frequentato, nessun genitore illustre, solo prati, case vecchie di contadini, torrenti che raccontavano storie, alberi frondosi che sussurravano complici e viaggi sulla Fiat 500 del papà, fantasticando con il naso schiacciato contro il finestrino.

 

Sulla famosa isola deserta quali sono i cinque libri che porteresti con te?

Sicuramente al primo posto Jane Eyre, poi I Ragazzi della Via Pal, L’isola misteriosa / Zanna Bianca / Il Richiamo della foresta, anche Un sacchetto di biglie, che sono i libri della mia adolescenza che hanno dato un’impronta indelebile alla mia personalità e alla mia scrittura, poi crescendo assolutamente I Ponti di Madison County, ma anche Caravaggio il fuoco oscuro, La Valle dell’Eden  o La straniera di Diana Gabaldon.

Nella tua borsa della spesa quali sono gli ultimi tre libri che hai comperato.

Il fuoco e il gelo di Enrico Camanni, Nelle terre estreme, Caravaggio simboli e segreti, Una vita con Karol di Stanislao Dziwisz, Il Cavaliere d’inverno…

Oltre ad una pianta di ortiche e a una bottiglia di aceto, quale potrebbe essere il libro che augureresti ad una persona particolarmente antipatica di dover leggere?

Non ho libri che augurerei di leggere ad una persona particolarmente antipatica per due ragioni: la prima è che non riesco a trovare nella mia memoria qualche volto particolarmente antipatico, non perché io sia una santa immacolata ma perché se mi rendo conto che non ci sono segnali di affinità con l’altra persona io passo oltre, cioè per me diventa un cortese “buongiorno buonasera”  e null’altro.

Mi capitava anche da adolescente con le compagne magari bulle o indisponenti: le salutavo poi mi chiudevo nel mio mondo di storie con la mente e “sopportavo” facendo finta di niente; il secondo motivo è che nessun libro, MAI, mi è risultato antipatico o odioso: semplicemente perché, se non mi conquista, lo chiudo dopo aver letto anche solo 2 o 3 pagine. E’ il grande potere di noi lettori, non dobbiamo giustificare niente a nessuno e nessuno può impedircelo. Ma soprattutto salto letteralmente  le pagine “antipatiche”, mantenendo l’amore infinito verso quel libro; ci sono libri che amerò per sempre, ma di cui ho saltato le pagine pallose: I Viceré, La Storia di Elsa Morante, I Promessi Sposi, La Divina Commedia, Anna Karenina, tutti i libri di Wilbur Smith che amo tantissimo ma di cui ho saltato le parti “nozionistiche”, o anche Millennium, Cime Tempestose o lo stesso Cuore o Orgoglio e pregiudizio, come anche I Miserabili o Il nome della Rosa.

In molti alberghi vi è la consuetudine di lasciare nel cassetto del comodino una copia della Bibbia. Se tu potessi aggiungere un altro libro, su quale titolo ricadrebbe la tua scelta?

Penso che mi piacerebbe che circolasse L’Iliade versione in prosa (in un italiano moderno) della Garzanti.  E’ un’opera che parla al cuore dell’Umanità, descrivendo la devastante atrocità di una delle prime guerre raccontate, con i ragazzi mandati a morire, sempre uguali, innocenti e pieni di sogni, spericolati e “immortali”, baldanzosi e fieri come lo sono tutti i ragazzi a quell’età, di ogni tempo, di ogni epoca, di ogni colore, diverso lo scenario, diverse le date, ma lo stesso dolore, la stessa carneficina, la stessa “inutile strage”. Un libro per far riflettere sul valore della spiritualià, della “fede”, dell’Amore, della Vita, della lealtà, e, perché no, della Patria.

Anche quest’anno abbiamo assistito alla polemica sul premio Strega. Ha vinto un autore con un romanzo decisamente impresentabile. Qual’è la tua opinione in merito a concorsi ormai manipolati dalle case editrici?

Devo dire che è facile per un nome già famoso pubblicare o vincere concorsi con il proprio libro: già prima dell’uscita parte tutta un’operazione di marketing da mille e una stella, dove il punto centrale è decantare il “valore” dello scrittore, che fin da subito è promosso a pieni voti. Vincere un concorso non fa altro che rafforzare l’immagine del prodotto/scrittore.

Per chi non ha un nome celebre, puntare ad una Casa Editrice di grido è pressoché impossibile. Ci ho provato anch’io in tanti modi, con l’invio di manoscritti, con sinossi, con lettere di presentazione o di richiesta di valutazione di un mio romanzo, ma sempre senza risposta.

Un autore “sconosciuto” deve mirare a Editori indipendenti, che sono disposti a credere nel suo lavoro. Una volta pronto il libro, è impossibile pretendere che l’editore stesso corra su e giù per la Penisola a introdurre le varie presentazioni, con libri al seguito, o che si presti a “donare” copie e copie di libri per un determinato concorso (lo stesso Regolamento del Premio di Narrativa Bergamo chiede la messa a disposizione di 150 copie per la partecipazione).

L’autore deve fare da solo: perciò, se vuole diffondere il proprio scritto, deve prenotare un certo numero di copie, da distribuire alla famiglia, ai parenti, agli amici, alle presentazioni, oltre ad altre copie che usa per partecipare a concorsi letterari editi.

Nel mio percorso letterario ho vinto tantissimi concorsi letterari in tutt’Italia, sia con poesie che con racconti e non lo dico per vantarmi, è un dato di fatto, registrato dai verbali. Ma spesso mi chiedo cosa me ne rimane? Che cosa me ne faccio di queste vittorie? Quale valore hanno per i lettori?

Per quanto riguarda i libri pubblicati ho interpellato le segreterie di Premi come lo Strega,  Bancarella, Campiello, Bagutta… senza ottenere anche solo una risposta.

Ho anche chiesto ad ognuno dei miei editori se fosse intenzionato a partecipare a qualcuno dei Premi cosiddetti “famosi” e ognuno mi ha risposto che “No, siamo già esclusi in partenza. Non c’è spazio per i piccoli e medi Editori. E non abbiamo intenzione di “buttare” 20- 30 copie di un nostro libro che verrà cestinato al primo sguardo”.

E qui scatta la delusione, quasi un senso di etichettatura, che marchia per sempre un autore “senza pedigree” e non gli permetterà MAI  di divulgare il proprio lavoro di fatica e creatività.

Più che altro soffro e rimango dispiaciuta quando vedo certi trattamenti di favore solo perché si è appoggiati o tutorati da un grande nome che dà la giusta serietà e ribalta. Noto anche come basti un libro, e si è “scrittori”; tutti a parlarne, a omaggiare, a lodare. Molte volte si legge che “è nata la nuova voce della letteratura italiana” e poi si scopre che lavora per l’editoria, che  il padre/la madre è giornalista, o critico, o docente dell’Università Tale, o il caro amico di famiglia è il tipo che ha già scritto; oppure capita che ad una presentazione letteraria viene dato risalto perché, si sa, lui è famoso, è un collaboratore del Tal Giornale, è tra gli organizzatori della Rassegna Tot… 

Trovo invece una grande serietà in coloro che organizzano i classici concorsi letterari “anonimi”.

Nelle varie cerimonie di premiazione osservo gruppi di uomini e donne tenacemente impegnati a valorizzare i concorsi letterari della propria città, leggendo, valutando, smistando, organizzando, chiamando, preparando i premi, allestendo la serata, lavoratori instancabili al servizio di nobili ideali con cui dissetare il cuore, rubando ore alla famiglia o al tempo libero, con discorsi ben preparati e convinti, puliti e pieni di valori…

Se la gente conosce il nome di un autore, affluisce. Ma per farsi conoscere non basta pubblicare, bisogna far circolare i propri lavori. Serve visibilità. Che nessuno è disposto a dare senza un tornaconto.

Chissà quanti romanzi, libri, poesie di grande valore letterario non troveranno mai la ribalta, solo perché gli autori si sono fatti da soli, o non hanno i giusti agganci, o non sono simpatici, o sono artigiani della scrittura.

Quello che vorrei è un po’ più di rispetto e trattamento equo ed obiettivo verso la parola, non verso la persona.

Ma nella resa dei conti ogni comunicazione deve superare le gerarchie selettive, affrontare i giudizi su “che cosa merita di essere pubblicato e che cosa no”.

E chi scrive bene, e si fa in quattro a chiedere uno spazio, ma ha umili origini letterarie, che cosa dovrebbe fare?

 

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A cura di William Amighetti

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