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Cronaca, La Valle nel VIRUS, NEMBRO

“Io suora di clausura ho perso tutto, ma nella croce c’è speranza”

Suor Maria Letizia, nata a Nembro, è una suora clarissa di clausura. In tre settimane ha perso il padre e due zii. Ma il suo è un messaggio di fede.

Suor Maria Letizia, nata a Nembro, ha 54 anni ed è una suora clarissa di clausura. Da 28 anni vive nel monastero delle clarisse di Bergamo. In tre settimane ha perso per il Covid-19 il padre e due zii. Ma il suo è un messaggio di fede.

L’ecatombe del virus invisibile

Sarà ricordata come l’ecatombe del virus invisibile. In un primo momento, tutto è sembrato rimanere sotto controllo, nel perimetro di una banale influenza stagionale: raffreddore, tosse, qualche linea di febbre. Poi, il virus è penetrato, si è diffuso e attaccato quando ormai tutto era irrimediabilmente compromesso. E’ la costante di una bestia mai doma, quasi una metafora della nostra impotenza di fronte al destino, un attacco fatale alle nostre smanie di impotenza. E, poi, tutto finisce in un magma indistinto di rabbia, frustrazione, dolore. Quel dolore che ormai annienta generazioni come se niente fosse, in un’incessante attività di distruzione di massa. Il virus non fa distinzioni, non sceglie, fa tabula rasa. Nemmeno i parenti dei devoti sono al riparo.

Suor Maria Letizia, in tre settimane ha perso il padre e due zii

Lo sa bene Suor Maria Letizia, suora clarissa di clausura di Nembro, 54 anni, a cui il Covid ha spazzato via il padre e i suoi fratelli nell’arco di tre settimane. Tutto comincia con lo zio, il fratello del papà, che muore domenica 23 febbraio. Poi il padre, che muore tra il 3 e 4 marzo. Poi la sorella del papà. Una generazione di 3 fratelli annientata dalla pandemia. Sarà il dono della fede, la voce della suora è serena: “Lo zio aveva una crisi respiratoria la sera del 22 febbraio. Mia sorella chiamava il 112 e lo portavano all’ospedale di Alzano”.

Mauro Lazzaroni, 86 anni, veniva lasciato con la mascherina dell’ossigeno al pronto soccorso di Alzano, dove trascorreva la notte. “La domenica mattina, 23 febbraio, quando mia sorella ha dato il cambio alla zia, lo ricoveravano in medicina generale per un inizio di polmonite”.

Quella domenica di carnevale, la vicenda personale di Suor Maria Letizia si intreccia con la chiusura dell’ospedale di Alzano. “Mia sorella, verso le 13, stava per abbandonare la struttura ma le veniva impedito perché l’ospedale era stato chiuso e il reparto blindato. Solo alle 17:30 le veniva consentito di uscire dal cortile attraverso una porta laterale. Poi, tornata a casa, alle 18:23 riceveva la drammatica notizia: lo zio era morto, colto da infarto mentre andava in bagno”. Tutto accadeva molto in fretta, come si vede. Ma come mai, data la presenza di affanno respiratorio sintomatica del Covid, Mauro non ha ricevuto il tampone? “Quella domenica, prima che mia sorella tornasse a casa, la dottoressa le comunicava che di lì a poco gli avrebbero fatto il tampone. Poi mio zio è morto e non abbiamo più saputo niente. Non si sono nemmeno posti il problema, tanto mio zio era morto per un infarto, non per Covid. Tant’è che la sua morte non è stata imputata al virus, anche se aveva tutti i sintomi”.

Nel caos infernale di quella domenica, con evidente impreparazione, era scoppiata una guerra: l’assenza di direttive sanitarie urgenti, la mancanza di dispositivi di protezione e di respiratori l’hanno trasformata in una carneficina silenziosa. Sul campo di battaglia, non c’è nemmeno il tempo di piangere i morti: “L’ospedale ha detto a mia sorella di chiamare le pompe funebri e portare via il morto, era il caos. Io non l’ho mai più visto, purtroppo”.

Il dramma del papà 

Poi, il dramma del papà. Siamo a martedì 25 febbraio, il papà accusava una bronchite: “Mercoledì 26 febbraio il medico lo visitava e gli prescriveva gli antibiotici. Il giovedì stava meglio. Il venerdì, invece, improvvisamente peggiorava: tosse forte, non riusciva a sdraiarsi. Passava la notte senza dormire, l’affanno respiratorio aumentava”. Così, Suor Maria Letizia, preoccupata, provava a chiamare anzitutto il suo medico di famiglia. “Nessun medico di base era disposto a entrare in casa di chi aveva i sintomi da Covid perché non avevano i dispositivi di protezione, né guanti né mascherine. Una situazione incredibile”.

Ma Suor Letizia non si rassegnava. Così, la mattina di sabato 29 febbraio contattava il 112 e i numeri dell’emergenza, ma la risposta era agghiacciante: “Mi veniva detto che non c’erano i requisiti per intervenire, perché, oltre alla tosse e all’affanno respiratorio, era richiesta una febbre persistente sopra i 38. In realtà mio padre non aveva un forte affanno respiratorio, e la febbre si attestava sui 37 e mezzo, poi si abbassava con la tachipirina”. Codice bianco. Lo stato di salute del padre veniva così considerato, dagli operatori dell’emergenza. Lo scarto emotivo del linguaggio ci dice molto: una vita appesa a un filo e con un disperato bisogno di aiuto si infrange in un diktat disumano di morte annunciata. Nel pomeriggio, il padre peggiorava.

Così la sorella della religiosa insisteva, richiamava il 112 e finalmente otteneva l’intervento degli operatori. “Arrivava una Croce Rossa alle 18, lo visitavano e decidevano di portarlo in ospedale per degli accertamenti. E’ sceso da casa mia con le sue gambe, stava ancora bene”. Anche lui, come già il fratello, veniva portato al pronto soccorso di Alzano. Alle 20, con una tac, gli scoprivano una forma grave di polmonite bilaterale. E’ l’attacco fatale e improvviso del Covid. I polmoni ormai compromessi. “Tutti ci aspettavamo una bronchite, non gli avevamo nemmeno preparato i vestiti per dormire. Pensavamo alle dimissioni. E invece mio padre, che pochi minuti prima scendeva da casa con le sue gambe, aveva tutti i polmoni bruciati, respirava solo per il 20%”.

Tanti pazienti insieme in Pronto Soccorso, una gestione inspiegabile 

Viste le condizioni critiche, gli veniva immediatamente applicata la CPAP. Tuttavia, al contrario delle previsioni, non veniva subito ricoverato ma lasciato nel pronto soccorso. Trascorreva così la notte di sabato 29 febbraio al pronto soccorso dell’ospedale di Alzano, in una stanza con altre 5 persone che avevano i suoi stessi sintomi. Si scoprirà solo in un secondo momento che tutti e cinque, quella notte, avevano già contratto il Coronavirus. Tutti risulteranno positivi al tampone.

E allora il dubbio che viene, in questo racconto drammatico, è che si potesse evitare la tragedia. Era ormai passata una settimana dalla scoperta dei primi due pazienti positivi proprio all’ospedale di Alzano. C’erano misure da prendere subito: un’inversione di rotta nei protocolli, un’urgente riclassificazione delle diagnosi, nonché un approvvigionamento massiccio di respiratori e soprattutto una veloce riorganizzazione degli spazi da adibire a Covid. Eppure, a una settimana dall’inizio della tragedia, la tragedia si era trasformata in farsa. Come spiegare in altro modo la scelta di ammassare il padre di Suor Letizia insieme ad altre cinque persone infette in una stanza di pronto soccorso? Come non pensare all’orribile sottinteso razzista di questa scelta, volta a considerare gli anziani infetti come la prima carne da macello da sacrificare? “A differenza dello zio, mio padre veniva subito sottoposto a tampone. Ma la dottoressa aveva già le idee chiare. Mi ha subito detto che si trattava del Covid, perché solo questo virus può bruciare i polmoni in così poco tempo. Infatti poi, domenica 1 marzo, alla sera, ci veniva comunicato l’esito positivo. Mio padre aveva contratto il Coronavirus”.

Quella domenica, nel pomeriggio, il padre veniva trasferito nel reparto Covid. “Nonostante la CPAP, mostrava segni di miglioramento. Era un uomo sano, non era né cardiopatico né diabetico. La saturazione era migliorata e reagiva alle cure meglio di come si aspettassero i medici, che gli avevano dato solo qualche ora di vita. In realtà il papà era ancora vivo”. La domenica e il lunedì scorrono via senza intoppi. Poi, il martedì notte, alle 5 del mattino, la chiamata drammatica. Il papà stava peggiorando. Così Suor Maria Letizia partiva per l’ospedale insieme alla sorella. Voleva vederlo per l’ultima volta, stargli vicino fino alla fine. Sapeva che era quello che desiderava. Al loro arrivo, i rigidi protocolli anti-pandemia imponevano una scelta: solo una poteva entrare, adeguatamente protetta. Così è il turno di Suor Letizia. La religiosa racconta gli ultimi momenti della vita del padre con una commozione mista a gioia, come se ancora adesso avesse il padre lì di fianco a lei, come se quel momento fosse diventato immanente, vero, vivo. “Nella notte lo avevano sedato, aveva avuto una crisi respiratoria più forte. Sono stato con lui fino alle 7:20, quando ha smesso di respirare. Non abbiamo potuto nemmeno vestirlo, ci hanno detto di lasciarlo lì e di chiamare le pompe funebri. Ci avrebbero pensato loro a portarlo via. Da quel momento non l’ho più visto. Che dolore. Nemmeno i funerali, perché noi eravamo in quarantena”. 

Si chiamava Ilario Lazzaroni, 83 anni, e, come d’insana abitudine in tempi di Covid, non ha avuto il conforto di una degna sepoltura. Nella catena di una generazione spezzata, è mancata anche la sorella del padre di Suor Maria Letizia, che era andata al funerale del primo fratello, Mauro. Le notizie sono scarne, perché la religiosa era blindata in quarantena. 

Il terzo decesso: se ne va anche una zia

“Mirella, la settimana successiva ai funerali per la morte dello zio, veniva ricoverata per un’epistassi al naso. Poi veniva dimessa. Ma, tornata a casa, iniziava a star male. Tosse e febbre alta. Affanno respiratorio. Così veniva portata all’ospedale di Seriate. Dal tampone si scopriva che aveva contratto il Covid. So che ha lottato ma non ce l’ha fatta. Si è spenta il 7 marzo”. Il virus non solo si è preso Mirella, ma anche il suo ricordo del padre Ilario. Mirella, infatti, non ha mai saputo della scomparsa del padre: è morta con la speranza di rivederlo lassù. Nessuno, o quasi, ha avuto la possibilità di organizzare una cerimonia funebre né, in molti casi, di assistere agli ultimi momenti di vita della persona cara.

Si muore da soli

“Con mio padre sono stata fortunata, l’ho potuto assistere fino all’ultimo. La cosa più dolorosa è farli morire da soli, come succede nella maggioranza dei casi. E non poterli accompagnare degnamente alla sepoltura. Si fa fatica ad elaborare i lutti quando concretamente non ci sono riti, non ci sono presenze”. Suor Maria Letizia ricorda con gioia gli ultimi momenti del padre. “Quel sabato sera, quando era ancora cosciente in pronto soccorso, gli ho chiesto se volesse i sacramenti. Lui ha annuito. Così il cappellano è venuto e gli ha concesso l’unzione degli infermi. Poi il martedì mattina, alla sua morte, gli abbiamo dato conforto con una preghiera”.

L’aggravante, in una Comunità, è che ogni lutto ha un peso specifico, perché tutti hanno un legame affettivo fra loro: “I lutti non ci hanno lasciati indifferenti. Ci conoscevamo tutti. Tra i morti, ci sono amici di mio papà, genitori di miei amici, l’ostetrica a cui volevo un gran bene. E’ morta una generazione di persone”.

Cancellate intere comunità, il messaggio di Fede: “Dio è sulla croce che piange con noi”

La tragedia che si è abbattuta con inaudita violenza ha cancellato intere comunità. In questa umanissima sofferenza, che verrebbe da affrontare con disperazione e frustrazione, Suor Maria Letizia vede uno spiraglio, una luce: “Lo abbiamo appena celebrato. Dio è sulla croce che piange con noi. E’ vero, questo dramma ci ha toccato da vicino. La sua presenza appartiene alla vita. E la vita comprende anche il male e il dolore. Ma Dio è qui vicino a noi, le nostre sofferenze sono le sue. L’impotenza che abbiamo sentito noi è l’impotenza di Dio: solo lui è onnipotente nell’amore, e non nei miracoli come si tende a credere”. La fede della religiosa è grande, la sua voce ferma e serena dà fiducia e conforto. Cosa ci deve insegnare, sul piano laico, questa pandemia? “Ci credevamo onnipotenti e ora siamo in ginocchio. Basta arroganza, basta prepotenza. E poi la possibilità di recuperare alcune dimensioni della vita che avevamo un po’ perso. La pandemia ci ha obbligato a fermarci. Abbiamo recuperato dei ritmi per qualcuno anche molto faticosi, perché molto lenti. E poi dimensioni più umane di relazione, la possibilità di assaporare una vita più a misura d’uomo. Nella nostra comunità le perdite sono state molto dolorose. Ce ne accorgeremo solo quando tornerà la vita normale”.

In questi giorni di immensa sofferenza, se alziamo lo sguardo vediamo Dio sulla croce che piange con noi. Se lo abbassiamo, tuttavia, se ci guardiamo intorno, vediamo solo disperazione e macerie. Famiglie ammazzate. Comunità disgregate. Paesi decimati. Generazioni annientate. Difficile trovare conforto in un Dio sulla croce quando qui, sul corpo di una valle ferita, troppe croci sono state già piantate. E poi, qui, troppe croci ognuno dovrà portare nel cuore. Per tutta la vita. Forse qualcuno, lassù, ci perdonerà. Amen. 

Alberto Luppichini

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